Dozer @ Sinister Noise Club [Roma, 4/Marzo/2007]

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La prima domenica libera dalle onde elettromagnetiche voglio giocarmela al meglio. Almeno così avevo ingegnosamente programmato. Alla fine della serata rimarrà solo la buona intenzione. Colpa del primo caldo, del primo bancomat a destra, del primo rosso, del primo show stoner dell’anno. Quando in un giorno d’estate del 1992 acquistai (spinto da una mai doma curiosità) “Blues For The Red Sun” la mia vita tentò di cambiare. Non mi ero neppure accorto di “Wretch” uscito (si fa per dire) un anno prima. La parola stoner non era però un neologismo, Palm Desert non era il fulcro di una civiltà scomparsa e i “figli” dei Kyuss sconquassavano l’arido terreno desertico già da qualche anno. Eppure tutto sembrò nuovo. Come i solchi usurati e seminali della leggendaria epopea sabbathiana targata madman che di fatto stava influenzando anche una parte della Seattle più heavy. Lo stoner rock è rimasto sempre ai margini. Sull’uscio. Volgare, roboante, rallentato, drogato. Ma sempre in attesa di un’esplosione che, onestamente, non c’è mai stata. Irrilevante per il cuore. Per la passione dei seguaci. Per un amore mai sopito. Lo stesso che spinge il sottoscritto e l’amico di stesure editoriali a muovere passi slow in una domenica paciosa e infame. Dalla Svezia, dopo aver rastrellato Vicenza, Milano e Siena, ecco giungere quanto mai a sorpresa i Dozer. Quartetto che si ricorda con vivido piacere per un periodo d’esordio (siamo intorno al 1998/1999) caratterizzato da lodi unanime su stampa specializzata (come ‘Kerrang’ che qualche anno dopo con un trafiletto avrebbe dato la notizia dello split dei Kyuss che dichiaravano con enorme intelligenza di non poter continuare perchè non avrebbero potuto evolversi ulteriormente) e da un fantasmagorico split con gli Unida di John Garcia. Affluenza discreta. Colorata di nero. Disegnata da lunghi capelli e baffi lemmyani. Il quartetto scandinavo da circa un anno ha un nuovo giovane batterista (Olle Mårthans) che non fa rimpiangere il dimissionario Daniel Lidén. Ma soprattutto poggia la propria forza d’urto sulla chitarra e sull’adipe sudato di Tommi Holappa che sfoggia una shirt dei potentissimi Clutch (orecchio al nuovo album che è un vero uragano!). Il resto è trainato dall’esperienza di Fredrik Nordin (lui invece indossa una maglietta dei Zeke) e dal compulsivo bassista Johan Rockner. Il livello è indubbiamente alto. Ma i Dozer sono troppo quadrati. Troppo chiusi su se stessi. E non vengono aiutati neanche dai troppi problemi tecnici che colpiscono dapprima la chitarra di Holappa e quindi la voce di Nordin che non riusciamo a sentire praticamente per tutto il set. I tempi di “In The Tail Of A Comet” e di “Madre De Dios” sono i tempi più belli. Ma anche quelli che non torneranno più. I Dozer lo sanno e si barcamenano tra mestiere e qualche traccia del passato che ha ancora l’argento vivo in culo. La musica però ha bisogno di evolversi. Di progredire. Non di ristagnare. Tra i reduci dei novanta ancora in attività vincono a mani basse i Nebula che da stoner sono ormai diventati una silurante heavy acid psych band. Svezia in ribasso.

Emanuele Tamagnini

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