Dossier Shoegaze

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SUONO INFINITO

Definizione: fissare con lo sguardo le scarpe. Luogo: Regno Unito. Periodo: agli albori del 1990. Distintivo, descrittivo, dispregiativo, definitivo. Un termine che è riuscito a racchiudere e comprimere un’epoca. Un lampo improvviso in un momento di stanca creativa nell’isola britannica. Che di lì a poco avrebbe assistito all’onda lunga del calderone grunge e che, proprio mirando dall’altra parte dell’oceano, aveva in quegli anni fatto tesoro della lezione (seminale) del pionierismo indie. Quanto percentualmente sia stata alta l’incidenza del movimento sulla nascita dello shoegaze non è dato calcolabile con precisione scientifica, ma la teoria secondo la quale il seme sia stato lasciato nella terra d’Albione dalle formazioni americane “passate” live qualche anno prima della datazione ufficiale, è riportata con vigore dal giornalista Michael Azerrad nel suo libro “Our Band Could Be Your Life” edito nel 2001. Secondo l’autore, una delle scintille principali venne alimentata quando i Dinosaur Jr. arrivarono in Inghilterra nell’Ottobre del 1987 per un tour di quattro settimane. La band di Mascis in effetti aveva già gettato le basi, basta ascoltare ‘Little Fury Things’ dal secondo ‘You’re Living All Over Me’, appunto uscito nell’87, forse la prima vera canzone shoegaze nell’accezione più pura. Prima della loro calata albionica, avevano già catturato l’attenzione della stampa locale Big Black, Sonic Youth (alla fine della primavera del 1985, ad una serie di loro memorabili concerti a Londra, assistettero Fall e Jesus & Mary Chain) e Butthole Surfers (analizzando con attenzione il debutto ‘Psychic… Powerless… Another Man’s Sac’, si trovano evidenti elementi di ispirazione futura per la generazione shoegaze). Dopo le esibizioni della band di J. Mascis, una nuova schiera di gruppi inglesi si dedicò all’uso ossessivo di effetti chitarristici, valanghe di saturazioni, mulinelli sonori, circolarità espressiva e un atteggiamento che pagava loro evidente tributo. Non solo. Perché, sempre evidente e dichiarata, si allungava la mano degli inarrivabili Velvet Underground, che nella prima metà degli anni ’80 sfiorò tre band che possono essere considerate le autentiche progenitrici del completamento del suono shoegaze: Spacemen 3, Jesus & Mary Chain e Cocteau Twins (tralasciando il “caso” trattato a parte dei My Bloody Valentine). Prendendo spunto da ognuna di queste meravigliose avventure, nacquero le prime realtà del genere qui protagonista, che il Melody Maker dell’epoca, riferendosi in particolare all’area londinese, incasellò alla voce The Scene That Celebrates Itself. L’epicentro cittadino ruotava intorno ad Oxford Street. La scena artistica contava un paio di decine di unità, ma aveva il pieno appoggio di magazine come il NME, che portavano evidente pubblicità anche a formazioni appena nate o da poco accodate al movimento. Una cassa di risonanza enorme, che arrivò sino in Giappone, visto che molti facoltosi fan attraversavano mezzo emisfero per assistere e testimoniare il nuovo fermento. Musica emozionale. Autunnale. Riverberata. Con quella postura che nascondeva, forse, una non elevata capacità tecnica di eseguire gli accordi. Ma certamente musica dell’anima.

I PROGENITORI

SPACEMEN 3
La psichedelia acida e drogata. Embrionale punto di partenza per quasi tutta la generazione di shoegazer. Da Rugby, gli Spacemen 3 di Pete Kember (aka Sonic Boom) e Jason Pierce. Storicamente fondamentale il debutto ‘Sound Of Confusion’ (giugno 1986) sulla piccola indie label Glass, a cui seguiranno dilanianti muri psych garage noise nei successivi ‘The Perfect Prescription’ (1987), considerato a ragione il capolavoro massimo, e ‘Playing With Fire’ (1989), che apre alle sperimentazioni più marcatamente drone degli esordi. Pierce continuerà poi come Spiritualized, dei quali è vietato non avere il debutto ‘Lazer Guided Melodies’ (1992) splendido esempio di psichedelia shoegaze, che seguiva un curioso singolo d’esordio (1990) che riprendeva ‘Anyway That You Want Me’ dei Troggs.

JESUS & MARY CHAIN
Basterebbe citare una parola: ‘Psychocandy’ (novembre 1985). Una delle influenze più vistose dell’intera era shoegaze. Una band tutt’ora amatissima (e riformata). Celebrata, tributata, adulata, copiata, seguita. Dalla Scozia apparentemente marginale di East Kilbride. Da un vecchio film con Bing Crosby. Dai fratelli Reid. Da quei brevi, iniziali riottosi show di una ventina di minuti al massimo. Dalle distorsioni a cascata. Dalle risse. Dal trasferimento a Fullham. Fino alla Creation. Passando per quel debutto, ben presto eretto ad album dell’anno dalla stampa specializzata dell’epoca e votato in seguito dal Melody Maker come il migliore dell’intera decade 80. Da tutto questo viene estratto un altro elemento cardine per il completamento del puzzle shoegaze. William Reid ricorda come: “quando ci sciogliemmo nel 1998 molte cose erano state corrotte dalla droga e dall’alcool. Oggi Jim è completamente pulito e io non bevo prima dei concerti. Il nuovo materiale, scritto separatamente da mio fratello, è una semplice evoluzione del nostro sound”.

COCTEAU TWINS
Ancora i paesaggi brumosi della Scozia (Grangemouth in questo caso). Un viaggio fino a Londra per consegnare un demo nelle mani di John Peel. Inizia così la storia della parte emozionale, romantica, dreamy dello shoegaze. Da Elizabeth Fraser, Robin Guthrie e Will Heggie (sostituito da Simon Raymonde, formerà poi i Lowlife). L’installazione alla 4AD ed il debutto ‘Garlands’ (luglio 1982), non molto fortunato, dove però già sono evidenti gli orizzonti ritmici monocromatici, le partiture affogate nelle distorsioni che troveranno la consacrazione con il seguente ‘Head Over Heels’ (ottobre 1983). Un collage magnifico di iridescenze chitarristiche e quelle saturazioni di feedback penetrate dalla voce incantata della Fraser. Il tutto bissato dall’apice ‘Treasure’ (1984) ancor più svettante ed etereo del suo predecessore. Raymonde ricorda così la sua esperienza: “La musica crea interesse, qualche volta è eccitante, ma raramente riesce a far muovere le coscienze e le persone. Credo e ne sono orgoglioso che i CT abbiano in molte occasioni colpito il cuore della gente”.

UN PASSO INDIETRO, PRIMA DELL’ANNO ZERO

Qualche traccia del suono che stiamo storicizzando è bene ricordare come fosse latente in alcune formazioni non puramente ascrivibili alla scena shoegaze ed arrivate sotto i riflettori una manciata di anni prima della grande ondata. I londinesi House Of Love del talento mai totalmente espresso di Guy Chadwick e i multiculturali Kitchens Of Distinction. Entrambe le band nascono nel 1986 e, se i primi hanno alle spalle riferimenti che si chiamano Velvet Underground e Byrds, gli altri poggiano l’originale amalgama su un indie chitarristico, misto a schegge dub ed effetti pre-shoegaze. Il vero primo album degli House Of Love (maggio 1988), una delle più grandi realtà mai espresse dalla Creation di Alan McGee, contiene i semi di un sound precursore sia dello shoegaze che del Madchester che troverà ben presto negli Stone Roses i propri paladini. Non a caso, Rachel Goswell (Slowdive, Mojave 3) ricorda come le personali influenze dell’epoca “sono in formazioni come Velvet Underground, Jesus & Mary Chain e House Of Love”. Per quanto riguarda i KOD, l’esordio ‘Love Is Hell’ ingloba i canoni delle saturazioni care ai Cocteau Twins piuttosto che riferimenti ad atmosfere più cupe e post punk di casa Chameleons. Facendo un piccolo passo indietro, devono essere cronologicamente collocati in “apertura” di analisi anche i debutti dei londinesi Loop e dei Telescopes, provenienti dallo Staffordshire. I Loop possono considerarsi solo dei “passanti” non del tutto occasionali all’interno della scena shoegaze. Alle loro spalle c’erano i soliti Velvet Underground, il primo singolo ’16 Dreams’ (1987) è infatti dedicato a Sterling Morrison, in una tessitura allucinata, come a riprodurre trip acidi in un mare di oscurità. Il tutto riassunto dall’album ‘A Gilded Eternity’ (Gennaio 1990) causa dell’inserimento “naturale” dei Loop all’interno del capitolo in questione. Guarda caso, la prima traccia edita dai Telescopes (‘Forever Close Your Eyes’) nel 1988 è inserita in un flexy disc della Cheree splittato proprio con i Loop (‘Soundhead’ il loro brano). Poi è l’americana What Goes On ad editare ‘Taste’ (Ottobre 1989) che per il quintetto di Stephen Lawrie rimane esempio insuperato di trame sature miste a corrosive e vibranti tensioni alla Jesus & Mary Chain, seppur appartenga ad un’ideale produzione dell’epoca di seconda fascia. Nel 1992 Alan McGee salva praticamente i Telescopes dai debiti accumulati in precedenza dalle poco fortunate release. Ma la strada è segnata e nel 1992 si sciolgono, tornando però nel 2001. Prima dell’anno zero, dell’anno domini, dell’anno di grazia 1990, troviamo anche il mini LP dei londinesi Lush ‘Scar’ (Ottobre 1989) pubblicato dalla 4AD. Guidati da Miki Berenyi (per metà ungherese e per metà giapponese), rappresentano forse la parte più delicata dello shoegaze, grazie ad armonie celestiali e ai soliti solchi provocati dagli effetti chitarristici. L’interesse di Robin Guthrie, che produce il secondo EP, ‘Mad Love’ (1990) li lancia verso un successo (di nicchia) nella scena indie britannica, al pari di Ride e My Bloody Valentine. Emma Anderson ricorda con emozione quei tempi: “Ero una fan della 4AD e aver firmato con loro rimane uno dei momenti più belli di quell’avventura. Non dimentico il palco del Lollapalooza nel 1992 sul quale suonammo anche una versione di ‘Cop Killer’ con membri di Soundgarden e Ministry vestiti come Charlie Chaplin!”. Nel 1987 avevano visto la luce a Leeds i Pale Saints, vera e propria band proto-shoegaze. Accasati alla 4AD contemporaneamente ai Lush, debuttano con una mistura di richiami distorti e assolutamente pop, presente nell’EP ‘Barging Into The Presence Of God’ (settembre 1989) prima del debutto ‘The Comfort Of Madness’ (1990) bissato dalla vetta inarrivabile ‘In Ribbons’ (1992), quando già nelle fila c’è Mariel Barham, che aveva fatto parte dell’embrionale line up dei Lush. Chiusura dedicata obbligatoriamente al duo colored londinese degli A.R. Kane (nascono nel 1986), colpevolmente sottovalutati e dimenticati nell’arco della loro breve ma seminale carriera! Alex Ayuli e Rudi Tambala (definiti dalla stampa del periodo come “The black Jesus And Mary Chain” o come un “incrocio tra Cocteau Twins, Miles Davis e Robert Wyatt”) sono stati infatti precursori dei generi che avrebbero germogliato agli inizi degli anni ’90: dub, trip hop, shoegaze finanche post rock. Una sperimentazione che esordisce su One Little Indian con l’EP ‘When You’re Sad’ (febbraio 1987) a cui seguirà l’arrivo alla 4AD e il singolo ‘Lollita’ (1987) prodotto da Robin Guthrie. Il primo album è del 1988, ne seguiranno altri due fino allo split concretizzatosi nel 1995.

IL 1990

Il momento dell’esplosione. Lo zenith artistico dello shoegaze britannico scocca nel 1990. I capofila indiscussi sono i Ride. Quartetto di Oxford alla testa del quale ci sono due personalità diverse ed in continuo confronto come Andy Bell (poi negli Hurricane #1 e quindi negli Oasis) e Mark Gardener (attivo tutt’oggi ed in splendida forma solista). L’esordio è segnato da tre EP in nove mesi, che fanno da anticamera al meraviglioso ‘Nowhere’ (1990) considerato, dopo ‘Loveless’ dei My Bloody Valentine, il più grande album shoegaze di sempre. Due anni dopo ecco bissare tale rendimento con ‘Going Blank Again’ (marzo 1992) che di fatto non verrà mai più ripetuto dal quartetto (due ancora i dischi realizzati, nel ’94 e ’96) corroso da tensioni interne tra i leader e sopravanzati dal nascente brit pop. Stessa label e rapporto stretto con i Ride l’ebbero gli Slowdive di Reading, tanto che il chitarrista Christian Savill ricorda: “eravamo come i loro fratellini, o qualcosa del genere. Ci piaceva supportarli live e credo che tutti noi ne beneficiammo. Loro erano molto popolari al tempo e una parte del loro pubblico venne ad ascoltarci anche negli Stati Uniti”. Il manager dei Ride, Dave Newton, gonfia il petto rammentando quanta influenza i suoi protetti hanno avuto poi sulla scena di Oxford. “Prima dei Ride la città non era certo conosciuta per il suo pedigree musicale. Danny Goffey e Gaz Coombes dei Supergrass erano iscritti alla mailing list dei Ride e non è un mistero che Jonny Greenwood e Thom Yorke dei Radiohead fossero fan del gruppo”. Gli Slowdive dunque emersero con queste premesse, trovando terreno fertile alla Creation e raggiungendo l’apice con il secondo ‘Souvlaki’, edito nell’estate del 1993 grazie al talento della coppia Neil Halstead e Rachel Goswell. Al momento dello split nel 1995, dopo il terzo ‘Pygmalion’, i due formeranno i Mojave 3 mentre Christian Savill i Monster Movie (dream pop) e il batterista Simon Scott (dopo vario peregrinare ed un ottima parentesi negli Inner Sleeve) i meravigliosi Televise, racchiusi nel debutto ‘Songs To Sing In A & E’ (2006). Sempre da Reading, arrivavano i Chapterhouse (che le notizie di questi mesi ci danno riformati) rodati dall’esperienza live a supporto degli Spacemen 3. Rimane nella storia del genere l’esordio ‘Whirlpool’ (1991) e non i due lavori successivi. Tra i pionieri del genere, anche i misconosciuti Bleach dalla “lontana” Ipswich, durati tre anni ed un album da riscoprire come ‘Killing Time’ (1992) e i londinesi Moose, con il suggello di ‘XYZ’ (1992) maturato dopo tre EP ed un primo singolo prodotto da Kim Deal dei Pixies (non sono classificabili come shoegaze i successivi due album, prima di una reunion avvenuta nel 2000). Nel 1990 fa capolino anche il mai troppo considerato debutto dei The Boo Radleys, ‘Ichabod And I’ (ancora non ristampato in CD), dove compare il batterista Steve Hewitt che poi passerà ai Placebo. Dopo un “invito” da parte di John Peel, i quattro di Liverpool si accasano alla Rough Trade e quindi alla Creation, virando il sound verso un eccellente jangle pop che gli darà fama con il singolo-tormentone ‘Wake Up, Boo!’. Nel luglio del 1990 esordiscono da una Oxford in pieno fermento creativo anche gli Swervedriver di Adam Franklin (si fanno chiamare inizialmente Shake Appeal con un 7 pollici all’attivo datato 1988), che irrompono sulla scena con gli acclamati EP ‘Son Of A Mustang Ford’ e ‘Rave Down’, via Creation. Identificabili solo marginalmente con il genere shoegaze (anche per “colpa” di Franklin, dotato di voce possente e dreadlock) hanno comunque lasciato una vivifica impronta racchiusa fino al terzo EP ‘Soundblasted’ (1991). Non proprio “loosely affiliated” come gli Swervedriver, sono stati i Thousand Yard Stare, giunti alla ribalta con l’EP autoprodotto ‘Weatherwatching’ (Novembre 1990) che, grazie all’intensità alla Ride e le distorsioni care ai My Bloody Valentine, aguzzerà l’interesse della Polydor. Da sottolineare il debutto ‘Hands On’ (1992).

DOPO IL 1990

Grazie al singolo ‘There’s No Other Way’ e al seguente debutto ‘Leisure’ (agosto 1991), i Blur (già conosciuti come Seymour) possono venir inseriti nell’epoca shoegaze, anche se solo temporalmente e con qualche evidente richiamo sonoro. Ben più dentro si sono trovati i Verve che, dopo tre singoli di pura psichedelica alla Spacemen 3 editi dalla Hut, hanno esordito con il trippy space rock dell’EP omonimo (1992) seguito da ‘A Storm In Heaven’, prima di aggiungere l’articolo al loro nome diventando quella rock band di ispirazione seventies che ha avuto grande fortuna. La Hut era l’etichetta anche dei Revolver, una sorta di quintessenza dello shoegaze e per questo tra le migliori band (meno note) dell’intera generazione. L’album ‘Baby’s Angry’ (1992) con la forte influenza Ride, viene però surclassato dal secondo e ultimo capitolo ‘Cold Water Flat’ (1993). Ritroveremo Matt Flint negli Hot Rod (con l’ex-Drop Nineteens Paula Kelley), prima di diventare bassista dei Death In Vegas. Altri nomi interessanrti ma passati senza eco sono i londinesi Blind Mr. Jones soprattutto quelli del primo EP ‘Eyes Wide’ (1992), pubblicato con l’aiuto di Neil Halstead degli Slowdive, i bristoliani Secret Shine (anche loro recentemente riformatisi), accasati alla cult label locale Sarah Records, con la quale realizzano il singolo da Top 20 ‘Loveblind’ e il mini ‘Untouched’ (entrambi del ’93), e i londinesi Swallow di casa alla 4AD, tra MBV e Cocteau Twins, come testimonia l’album ‘Blow’ (1992). E invece, di grande successo, anche dopo l’esperienza riverberata, sono stati i Catherine Wheel di Rob Dickinson cugino del più noto Bruce Dickinson degli Iron Maiden. I primi due album, ‘Ferment’ e ‘Chrome’ (92/93), appartengono all’area più commerciale dello shoegaze, i successivi (fino all’epitaffio del 2000) sono invece da considerarsi di stampo decisamente alternative. Assoluti protetti di Alan McGee e dunque della Creation sono stati invece gli Adorable, a metà strada tra la scena baggy e quella shoegaze. L’EP ‘Sunshine Smile’ (1991) e il completo ‘Against Perfection’ (1993) vanno tenuti in considerazione.

UN CASO A PARTE: MY BLOODY VALENTINE

Questi pionieri della manipolazione chitarristica nascono nel 1984 a Dublino. Quando Kevin Shields (nato nel Queens, a New York) e Colm Michael O’Ciosoig, che già si fanno chiamare Complex nel giro dei club cittadini, decidono di viaggiare alla volta di Berlino, dove saranno affiancati dal cantante Dave Conway e dalla sua ragazza, la tastierista Tina. Il primo mini LP di debutto, sulla piccola Tycoon Records, stampato in sole 50 copie ed oggi autentica rarità. Dalla Germania a Londra. Debbie Googe sostituisce Tina. Prende il via una serie di pubblicazioni ad alternarsi tra EP, 7” e mini LP. Nel 1987 Bilinda Butcher entra per Conway e si stabilizza così la line-up storica. Una sorta di spartiacque tra i MBV degli esordi dark-garage-punk oriented (Iggy Pop è un’ombra molto presente in quel periodo) e la commistione mai così perfetta tra il “rumore” proto-noise degli inarrivabili Velvet Underground e le eteree declinazioni celestiali dei Cocteau Twins (si ascolti l’EP consacratorio ‘Ecstasy’, del novembre, 1987). Un anno dopo l’atteso debutto. ‘Isn’t Anything’ lancia il quartetto verso quei territori che saranno ripresi ed esasperati nel capolavoro di un’epoca, ‘Loveless’. C’è la psichedelia acida, il tremolo estremizzato (cercate il significato di “glide”), le spirali oblique di feedback, gli impasti affascinanti ad anticipare l’acme artistico. La Googe ricorda come “eravamo tutti fan dei Jesus & Mary Chain, anche se personalmente speravo che il successo arridesse a Momus”. E’ il brano ‘To Here Knows When’ (dall’EP ‘Tremolo’, febbraio 1991) a convogliare la band in un universo fin lì inesplorato. Il pezzo più innovativo mai scritto dai MBV è riconosciuto tale e portato ad esempio di una nuova era sonora. ‘Loveless’ è rivelazione. Viene eretto un muro di saturazioni senza respiro. Ipnotici movimenti oscillatori di un altro pianeta. Kevin Shields era abbastanza chiaro: “trovo affascinante come la gente accolga il rumore. Avete mai sentito quello della metropolitana a Old Street? Un’autentica esperienza di sound stridente. Quotidianamente viene accettato mentre se convogliate lo stesso rumore in una stanza non esitate a tapparvi immediatamente le orecchie”. Costi astronomici per la realizzazione in studio (si parla di 140.000 sterline) che portarono la Creation quasi alla bancarotta. La più influente indie band degli anni 90 entra di diritto nella storia dalla porta principale. Shields dichiarava: “non riusciremo mai a fare qualcosa meglio dei Beatles ma sperare di uscire dall’ombra e far capire alla gente che la nostra musica è ora e la loro è passata”. Durante la lunga assenza, Shields ha contribuito alla stesura di colonne sonore (‘Lost In Translation’ su tutte), al progetto Experimental Audio Research (con Sonic Boom, ex guru degli Spacemen 3), alla produzione e remix di molti artisti, oltre alla collaborazione con Primal Scream e Patti Smith. Debbie Googe ha formato gli Snowpony e O’Ciosoig è apparso nei Warm Intentions di Hope Sandoval (ex-Mazzy Star). Dopo anni di speculazioni su una paventata reunion (alla quale ha “giocato” molto spesso anche lo stesso Kevin Shields), nel Novembre del 2007 l’annuncio ufficiale. I MBV si riuniscono schedulando alcune date britanniche (tutte sold out nel giro di poche ore!) e altre a festival estivi internazionali. La storia continua.

GLI STATI UNITI

Un occhio rivolto alle schizofrenie alternative dei concittadini Pixies ed un altro oltre oceano alle saturazioni shoegaze di My Bloody Valentine e Slowdive: questo il programma sonoro dei Drop Nineteens, quintetto bostoniano formato nel 1991, autore in quattro anni di un paio di episodi editi dalla Hut. Un dettaglio non trascurabile, se si vuole comprendere l’affermazione quasi solo britannica della band, che, dopo un decisivo cambio di line-up, non riuscirà a ripetere l’exploit dell’esordio, fotografato con il singolo ‘Winona’ e con l’album ‘Delaware’(1992). Dalla stessa città arrivano gli Swirlies (ex cover band delle Go-Go’s). Quattro musicisti che non è errato definire proto-shoegaze (anche se definirono la loro musica “sneakyflute music”) per via di un uso smodato di psichedelia rarefatta (dai tratti ambient) oltre che per la solita devozione ai MBV e al noise di marca Sonic Youth. Nel 1992 l’esordio su Taang!, per la quale realizzeranno una serie di EP e quattro album, prima di uno stop sabbatico sul finire degli anni ’90. La vera risposta alle band shoegaze britanniche ha nome Medicine prende forma a L.A. nel 1991, una delle più importanti realtà di quel periodo, non fosse altro che per le passate esperienze “sperimentali” del leader Brad Laner (ex Nervous Gender, Savage Republic, Steaming Coils). L’EP di debutto omonimo (1992) chiarisce subito le intenzioni: sapori West Coast misti a MBV e a sprazzi di krautrock, che vengono bissate con il primo album ‘Shot Forth Self Living’ che rimane anche il loro prodotto migliore. A metà decade lo scioglimento con Laner che formerà gli Electric Company e quindi gli Amnesia. La vera, autentica, influente indie rock band americana degli anni ’90 sono invece i Black Tambourine di Washington, nati per 2/4 da ex membri dei Velocity Girl (sonorità tra twee/jangle pop): un’eccezionale mistura tra J&MC, Pastels e sonorità 60 alla Phil Spector durata l’arco di alcuni concerti e un paio di singoli. ‘Complete Recordings’ (1999) racchiude tutto il materiale di questa piccola grande formazione. Importanti per la definizione “geografica” del genere e non certo da sottovalutare i Majesty Crush di Detroit, fondato dall’eccentrico David Stroughter, con in testa il pallino dei MBV e le smussature melodiose dei Lush. Del 1993 ‘Love 15’, primo di tre interessanti album. Misconosciuta perla è invece l’unico disco realizzato dal quartetto dei Blueshift Signal, ‘Seven Natural Scenes’ (1994) è un meraviglioso esempio di tessiture alla Slowdive con riferimenti wave di natura britannica (vedi Chameleons). Mai troppo considerati anche i Lilys, del nomade artistico Kurt Heasley (unico membro costante della sua creatura) che realizza un debutto importante per la mappatura shoegaze americana come ‘In The Presence Of Nothing’ (Settembre 1992), anch’esso influenzato dai MBV. Prenderanno poi la forma di una guitar pop band dalle influenze anni ’60, restando attiva tutt’ora. Dal periferico Delaware riuscirono a tirarsi fuori gli Smashing Orange, con una firma per la label inglese Native e ‘The Glass Bead Game’ (1992), bissato due anni dopo da un esordio su major MCA. Il leader Rob Montejo è ora alla guida degli Sky Drops. Concludiamo con una carrellata finale su alcune piccole meteore come The Rosemarys da San Francisco (debutto ‘Providence’ del 1993), gli Alison’s Halo, dediti ad un dream pop di rarefatto fascino e i Lovesliescrushing duo nato nel 1991 e posizionato sui binari del sound MBV con inflessioni ambient e space, noti al pubblico goth anche per la loro permanenza su Projekt. Infine, menzione obbligatoria per il primo album dei geniali Brian Jonestown Massacre (nome che scelsero appositamente in contrapposizione a quelli “corti” provenienti all’epoca dal Regno Unito) di ‘Methodrone’ (1995) a metà strada tra Spacemen 3 e i soliti MBV e per il progetto psych-drone del batterista Todd Trainer (poi negli Shellac) a nome Brick Layer Cake. Steve Albini a riguardo dichiarò che il sound della band “faceva pensare ai Black Sabbath con un frontman d’eccezione: Nick Drake!”.

EUROPA E RESTO DEL MONDO

Un po’ a sorpresa, è il Sud America la parte geograficamente più attiva in quegli anni in ambito shoegaze. In Brasile (San Paolo per la precisione) si contano gli Old Magic Pallas (tornati recentemente attivi) innamorati degli anni ‘60 psichedelici e dei My Bloody Valentine e gli eterei e più longevi Violeta De Outono. Dal Perù invece emergono Resplandor e Silvania, quest’ultimi attivi tra il 1990 ed il 1998 poi trasferitisi in Spagna. Il già citato Giappone espone i suoi pezzi migliori con Dive, Hartfield e Luminous Orange. In Europa infine meritano menzione i cechi The Ecstasy Of Saint Theresa, gli estoni Pia Fraus e i finlandesi This Empty Flow, che esordirono sull’italiana Avantgarde.

FUORI DAI CONFINI

Lo shoegaze naturalmente non era un circolo chiuso ad influenze esterne, e si dimostrò un terreno fertile e creativo soprattutto quando “concimato” da sonorità ad esso parallele. Ad esempio i londinesi Curve, provenienti dall’esperienza State Of Play (un solo album nel 1986), sebbene molto criticati agli esordi per una chiara somiglianza con i My Bloody Valentine, erano invece una sorta di gelida versione industrial dark del sound di Shields e compagni. Aiutati da Dave Stewart degli Eurythmics, il meglio della band della cantante Toni Halliday va ripescato nell’esordio, l’EP ‘The Blindfold’. Dark e la parola d’ordine anche per i Cranes (non a caso ancora oggi apprezzati dal pubblico gothic) attivi discograficamente dal 1989. I quattro EP tra il 1990 e il 1991, prima dell’album ‘Wings Of Joy’, sono un esempio della loro claustrofobica malinconia. Dalla porta di servizio, entrano nello shoegaze anche la psichedelia e le trame progressive, grazie ai Levitation dell’ex House Of Love Terry Bickers e dell’ex Cardiacs Christian Hayes o ai “minori” Spoonfed Hybrid di Ian Masters (ex Pale Saints) e Chris Trout (ex AC Temple), più complessi e disturbanti rispetto ai canoni del genere trattato. I londinesi Seefeel, invece inglobavano sonorità ambient, dub e sperimentali, senza però dimenticare gli “effetti” del genere, come viene perfettamente trattato nel debut ‘Quique’ (1993). A chiudere gli Sweet Jesus (poi Venus), che la Rough Trade fa debuttare con il singolo ‘Honey Loving Honey’ (1991): una curiosa, ma ottima, mistura tra il glam di bolaniana memoria e sensazioni vicine ai My Bloody Valentine.

NEWGAZERS

ASOBI SEKSU
(USA)
Da Brooklyn. Da uno dei centri cardine dello smistamento musicale mondiale del nuovo millennio. Moniker giapponese riflesso dalla piccola e dolce cantante Yuki Chikudate sulla quale fa leva il sound pop etereo del trio americano. Tre gli album all’attivo (2004, 2006 e 2009) che li hanno lanciati tra le preferenze principali del genere in brevissimo tempo.

AIRIEL
(USA)
Chicago. Formatisi sul finire degli anni 90 ma esordienti solo nel 2003. Una serie di EP sulla specializzata Clairecords prima del debutto del 2007 ‘The Battle Of Sealand’. Mirabile esempio “melodico” a riprendere le partiture dei Ride ed ispirato alla micronazione del Sealand (nel Suffolk britannico) dove possono vantare di essere stati la prima band a tenere un concerto!

MONSTER MOVIE
(UK)
Christian Savill e Sean Hewson erano compagni negli Eternal prima che Savill trovasse spazio e gloria negli Slowdive. Seppur il progetto parta nel 1989 è solo nel 2001 che i MM producono un EP omonimo per la Clairecords. Dream pop dai chiari tratti shoegaze ben spalmato lungo tre album di pregevole fattura.

AMUSEMENT PARKS ON FIRE
(UK)
Parte da Nottingham come progetto di Michael Feerick l’avventura di una band che in due album ha messo in mostra tutto il poderoso background ani ’90 (Catherine Wheel per esempio) immergendolo in un’idea di (emo)post rock dai tratti rarefatti e dunque di sicuro fascino. La parte più alternative dello shoegaze moderno è in attesa di un terzo album previsto per l’anno in corso.

THRUSHES
(USA)
Il quartetto di Baltimora è tra le formazioni più “pure” nell’accezione shoegaze. Revivalismo ma con emozioni forti e tanta classe. Tra Lush e Jesus & Mary Chain (‘Heartbeats’ è il singolo omaggio ai fratelli Reid). Tutto l’amore per il genere compresso nel debutto ‘Sun Come Undone’.

MAPS
(UK)
A muovere il progetto è James Chapman da Northampton. L’esempio più chiarificatore di come e dove sia stato spinto il genere nel nuovo millennio in terra europea. Esordi sulla label personale Last Space Recordings e debutto (2007) fragoroso che porta il nome di ‘We Can Create’. Amore per Spiritualized e sonorità che hanno reso grande Bristol.

ULRICH SCHNAUSS
(GER)
Il trentenne berlinese ha da sempre dichiarato il proprio amore verso i classici MBV e Cocteau Twins. Tra attività sotto pseudonimi, produzioni e remix, Schnauss trova spazio per dare alle stampe album che spingono sempre più in là la frontiera del moderno shoegaze. Il recente ‘Goodbye’ testimonia l’argomento immerso in suoni assolutamente eterei ed impalpabili.

The MEETING PLACES
(USA)
Fondati a Los Angeles nel 2001 da quattro chitarristi tra i quali spicca Scott McDonald già negli Alison’s Halo e negli Amnesia progetto post-Medicine di Brad Laner. L’esordio datato 2003 ‘Find Yourself Along The Way’ è un ottimo concentrato di dream e noise guitar pop che andrebbe senz’altro riscoperto.

SERENA MANEESH
(NOR)
La band di Oslo ruota intorno alla figura di Emil Nikolaisen con alle spalle varie esperienze musicali. Il debutto omonimo del 2005 (registrato da Steve Albini nei suoi studi di Chicago) mette in luce i riflessi  psichedelici, l’ispirazione noise (MBV meets Sonic Youth) ed un gusto invidiabile per la melodia.

M83
(FRA)
L’elettronica alla base della suadente produzione del duo di Antibes composto fino al penultimo album da Anthony Gonzalez e Nicolas Fromageau. Paesaggi incantati e un occhio alla lezione chitarristica dei MBV. Rimasto solo Gonzalez dà alle stampe il quinto album ‘Saturdays=Youth’ che si avvale della collaborazione in studio di Ken Thomas (Sigur Rós, Cocteau Twins) e Ewan Pearson (Tracey Thorn, The Rapture e Ladytron).

IL SUONO SHOEGAZE

Partiture distorte. Cascate di feedback. Ambientazione dreamy. Cantato distante, etereo, ammaliante. La radice del noise rock estremizzata e portata ai confini. Difficile definire lo shoegaze sound come è difficile da riprodurre live. Delay e riverberi digitali, uso invadente di tremolo (Kevin Shields è a riguardo un autentico pioniere) che nelle mani di questi artisti diviene un incisivo e distintivo effetto “whammy”. Un sottogenere indie rock, troverete scritto da qualche parte, mai definizione fu più sbagliata se si calcola l’incidenza delle band della prima ora su generi e movimenti fioriti dalla seconda metà degli anni 90 in poi. Effettistica, pedali, distorsioni, filtraggi chitarristici, echi drone, sezione ritmica e voce in simbiosi con la sei corde. Un caso unico se si pensa alla musica pop e alle “parti” distinte di ogni singolo strumento. Lo shoegaze è fusione atta a riprodurre un muro di suono. Un muro invalicabile. Una sorta di flat sound immerso nella melodia molto spesso indistinguibile. Dove ossessive si ripetono le linee di basso, dove i riff assumono una veste orecchiabile in uno scenario nebuloso, amorfo, emozionale. Ma anche il ricorso alla psichedelia e al pop autentici cardini della cultura degli anni 60. Una ricerca, quasi disperata, quasi sempre compiuta, del suono puro e della suggestione.

A cura di Emanuele Tamagnini
Pubblicato su :Ritual: n°36 (Settembre/Ottobre 2008)

8 COMMENTS

  1. Per completare l’articolo andrei ad ascoltare e ricercare la discografia dei For Against. Consiglio.

  2. Sui “newgazers” lo spazio che avevo poteva riguardare solo 10 artisti. Ricorda che è un articolo uscito su un cartaceo… e lo spazio è sempre “limitato”.

    Per quanto riguarda i For Against non rientrano propriamente nel panorama shoegaze, ma direi molto più in quello post punk…

    Comunque prometto che un giorno aggiorneremo l’articolo…. (forse).

  3. Secondo me i For Against sono più una dark-wave fuori tempo massimo, ma di tutto rispetto… credo comunque che lo shoegaze e il dark e per dark mi riferisco alla parte più wave e post punk, escludendo dunque l’elettronica pura (cabaret voltaire) o quella più industrial (skinny puppy) e il goth (sisters of mercy), siano per molti tratti accomunati. Ascolto da sempre tutto ciò che è goth e molti dei gruppi considerati shoegaze sono apprezzatissimi e conosciutissimi nell’ambiente dark, primi fra tutti i Jesus and Mary Chain, che sono sempre stati considerati inclusi nel suddetto genere forse prima ancora che nello shoegaze…
    la musica è musica è brutto etichettarla, anche se è una necessità umana farlo…
    tornando ai nu gazer io citerei gli a place to bury strangers, che amo alla follia e introdottimi da un mio “darkissimo” amico. In loro trovo un forte riferimento allo shoegaze dei my bloody, ma assolutamente contaminato dall’elettro-post-punk…
    scusate la sbrodolata ma mi andava di contribuire a questo bell’articolo

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