Don Caballero @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Novembre/2006]

419

Stasera va in scena un gruppo che ha fatto veramente la storia del rock e nonostante l’attuale formazione non comprenda più i due chitarristi Ian Williams e Mike Banfield, la presenza del mostruoso batterista Damon “Che” Fitzgerald è comunque fonte di grandi aspettative.

Ma bisognerà prima passare attraverso l’esibizione del gruppo di supporto di turno. I Vincent Vincent And The Villains non c’entrano un cazzo coi Don Caballero, è giusto chiarirlo subito. E non sono neanche per niente originali come certa stampa vuole farci credere. Ma sono più che gradevoli. Il loro rockabilly di stampo abbastanza classico è trascinante al punto giusto, sembra di ascoltare una versione dei Libertines meno caciarona e con più sostanza. Vincent Vincent è un ibrido tra Joe Strummer e Paul Simonon e questo basta a rendercelo simpatico, la sua voce afona è calda e graffiante. Il look con cappelli e il sound delle chitarre aiutano a dare un tocco di randagismo alla loro musica. Nonostante sia chiaro di assistere al revival di un revival (Stray Cats) non si può negare che il gruppo abbia classe, ascoltare il bellissimo e commovente brano “Rain Fall Down” per credere.

Vincent e i suoi amici a questo punto, terminato il loro set, si accomodano a bordo palco e iniziano ad assistere a bocca aperta all’esibizione dei Don Caballero, come d’altronde tutto il resto del pubblico. Il gruppo torna sulla scena con l’album “World Class Listening Problem” dopo 5 anni di silenzio e dopo la parentesi di Damon Che con membri dei nostrani Uzeda per il progetto Bellini. A completare la nuova line up un bassista e un chitarrista provenienti dalle scene di Pittsburgh maggiormente influenzate proprio dai vecchi Don Caballero: praticamente un ritorno a casa al quadrato (anzi, al Quadraro). Damon Che è visibilmente appesantito, con la sua polo a righe e i suoi pantaloni corti sembra un quarterback, si siede bassissimo dietro la sua batteria con piatti mangiucchiati, rototom e rullante all’altezza dei coglioni. Il chitarrista col cappellino della CIA è costretto a evoluzioni con la loop station (e lo fa alla grande) per poter riprodurre appieno le celebri intersezioni di note che hanno reso celebre il gruppo fino a costringere la critica a coniare per loro un nuovo genere, il math rock, una specie di strumentale psichedelia hardcore potente e raffinatissima, ad elevato tasso di geometria, influenzata pesantemente dal chitarrismo di Robert Fripp e dal post rock degli Slint. Si parte con la splendida “Cold Knees (In April)” e con il suo arpeggio da brividi e da lì in poi i Don Caballero ci trascinano in una vera e propria esperienza mistica tra accelerazioni e decelerazioni impercettibili, tra ricami preziosi e evoluzioni di batteria mai fini a loro stesse. Ogni musicista sembra seguire un proprio pattern e un proprio tempo fino a che magicamente i tre si ritrovano insieme, anche se per pochi attimi, po si ritorna ancora all’apparente caos sincopato. Tutto torna, la matematica d’altronde non è un’opinione. Tra un pezzo e l’altro Che prende il microfono e blatera qualcosa in slang che nessuno in sala capisce, poi prende un fischietto e soffia e tutti applaudono. Scene surreali e forse autoironiche. Ma il vero spettacolo è senz’altro la musica sferzante e funambolica dalla quale siamo totalmente sopraffatti. I Don Caballero ci lasciano tra le righe un compito per casa: ripassare “Red” dei King Crimson e “Spiderland” degli Slint. Perchè questa è semplicemente storia del rock. E se non vi va di studiare, accontentatevi pure dei Queen.

Daniele Gherardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here