Dom Mariani @ Traffic [Roma, 24/Aprile/2006]

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E’ come se fosse un sabato sera. E’ come se fosse ancora festa. Se c’è aria di garage lì c’è sempre Nerds! Puntuali, io e la Furia, sbarchiamo al Traffic carichi e fomentati per assistere – curiosi – allo show di Dom Mariani e dei suoi Rippled Souls formati da Kevin Borruso (Superscope) alla chitarra, Stu Loasby (The Majestic Kelp, The Burton Cool Suit) al basso e l’unico autentico australiano Shaun Sibbs (The Avenues) alla batteria. Un tour italiano che ci riconsegna il leader di una meteora garage aussie rock chiamata The Stems (oggi riformata e prossima ad un nuovo disco) autrice negli anni ’80 di cinque singoli, un EP ed un album intero. Nulla di fondamentale, sia chiaro, ma tremendamente fashioned per chi sta riscoprendo quel genere o per chi ha vissuto venti anni fa il revival dello stesso. Mariani ha quindi virato verso il power pop. Una scelta felice da rapportarsi in madre patria e perchè no negli Stati Uniti, condotta attraverso progetti come The Someloves e DM3, quello strumentale e più recente a nome The Majestic Kelp fino agli Stoneage Hearts. In mezzo tante produzioni di nicchia e la firma sul comeback dei torinesi Sick Rose (“Blastin’ Out”) unica ed autentica gloria nazionale del garage rock anni ’80. La serata si popola sul tardi ed i soliti noti possono così assistere all’apertura destinata ad un valido trio di Torino del quale non sappiamo il nome. Del resto nessuno ce lo dice. Chitarra, voce, organo e batteria per uno sporco coacervo tra Gun Club (omaggiati da una personalissima cover presa dal masterpiece “Fire Of Love”) e suoni ovattati alla Suicide. Davvero bravi. Quando salgono sul palco Dom ed i suoi tre pards, spicca subito la sua somiglianza tra un minotauro con le sembianze Fausto Leali/Harvey Keitel, ma sono solo giochi mentali in attesa che inizi la bagarre. Attesa vana. I cangurotti, infatti, partono sì spediti, ma sul registro di quel power pop di cui sopra, davvero troppo stucchevole e poco accattivante. Ci sono i soliti due manichini che muovono la testa durante tutto il concerto. Per appartenere. Per l’appartenenza. Perchè sono costretti a farselo piacere per forza. Noi preferiamo essere come sempre sopra le parti e molto molto critici. Nulla da dire sulla professionalità (apriremo il solito ma inevitabile discorso esterofilo) ma il sound proposto lascia davvero poco sapore in bocca. Un paio di sussulti però non mancano. Un vecchio brano degli Stems e la straordinaria scelta di coverizzare i connazionali (leggendari) Easybeats (trasformatisi poi in Flesh And The Pan e quindi la coppia Harry Vanda e George Young a produrre gli Ac/Dc) con una trascinante versione di “Sorry” (1966). Il resto scorre via senza che alcun segno si diverta sulla nostra pelle. Meglio allora rimirare il timbro del Traffic in bella mostra sul dorso della mano per almeno una settimana.

Emanuele Tamagnini

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