Do Make Say Think @ Sala Apolo [Barcellona, 3/Novembre/2009]

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Arrivo appena sotto alla Sala Apolo e faccio il possibile per assicurarmi che la mia bici sarà ancora lì quando uscirò dopo circa tre ore di ottima musica. Poi mi appresto a mettere piede per la prima volta nella sala con un po’ di preoccupazione visto che a quanto pare il club è per la maggior parte del tempo un inquietante discoteca multisala. La prima sorpresa della serata è scoprire con sollievo che “La [2]” è però un’entrata separata e fortunatamente a tutti gli effetti un piccolo club a se stante. L’atmosfera è abbastanza raccolta e amichevole, anche se forse un po’ fredda (ma migliorerà durante la serata). E cosa che ancora di più mi rallegra è scoprire che il palco è ad un’altezza quasi perfetta, e che non c’è assolutamente nessuna barriera tra noi e i musicisti. Non ero più abituato a posti del genere. La seconda sorpresa, un po’ meno piacevole, è scoprire che sono arrivato con mezz’ora di ritardo e mi sono perso metà dell’esibizione di Charles Spearin e del suo Happiness Project. Fortunatamente (o sfortunatamente) si rivelerà anche il gruppo meno interessante della serata. O meglio, la versione meno interessante dello stesso gruppo che vedremo esibirsi sul palco per l’intera la serata, cambiando soltanto nome e, in parte, stile.

Infatti, anche se sulla locandina sono segnati tre gruppi diversi, durante questo tour sono tutti composti dagli stessi nove musicisti, tutti membri del collettivo di Toronto che gravita attorno al gruppo Broken Social Scene e l’etichetta Arts & Crafts. Molti di loro portano avanti i loro progetti separati, come Metric, Stars, Junior Blue, o appunto Years e Do Make Say Think, ma spesso collaborando tra loro sia su disco che, come sara’ in questo concerto, dal vivo. The Happyness Project è la prima “versione” del collettivo a suonare stasera. E’ una curiosa miscela di voci registrate al di sopra delle quali un musicista suona lo stumento con il timbro più simile alla voce in questione, cercando di trovare le note che più coincidono con ogni singola parola. Su questa idea di base ci sono poi variazioni, le voci a volte vengono messe in loop per dare più struttura alle “canzoni”, e ci stacchi puramente musicali dove tutta la band aggiunge un’intermezzo più o meno correlato con la parte vocale precedente o seguente. In teora è un’idea interessante e dal vivo riesce anche meglio che su disco. Purtroppo non sempre funziona e ci sono momenti in cui l’attenzione del pubblico inizia a perdersi. Anche i musicisti a tratti sembrano annoiati e distratti quando non è il loro turno di suonare.

Le cose andranno diversamente con i progetti successivi, dove per la maggior parte del tempo tutti quanti (chitarre e bassi vari, sax, due trombe, due batterie, tastiera e violino) suoneranno contemporaneamente. L’unica eccezione è proprio l’inizio della sezione denominata Years, pochi minuti dopo il termine di The Happyness Project, quando il chitarrista Ohad Benchetrit si esibisce praticamente da solo per quattro pezzi alla chitarra classica. O meglio, le chitarre, in quanto ne cambia una per ogni pezzo e si esibisce con quella che mi sembra una notevole capacità tecnica, ma senza virtuosismo fine a se stesso. Tra un pezzo e l’altro gioca con una pedaliera e sfuma le melodie in brevi intermezzi dal gusto noise, che lascia in loop mentre passa alla chitarra successiva. La miscela sembra riscuote un certo successo, complice anche l’atmosfera del locale (e forse l’affinità degli spagnoli a questo genere di musica per chitarra) e gli applausi si trascinano a lungo.

Al termine Ohad invita di nuovo l’intero gruppo sul palco per altri quattro pezzi di quelle sonorità post rock che saranno poi tra breve il piatto forte dei Do Make Say Think. Le tonalità sono infatti molto simili, ma si possono notare differenze, anche se forse non poi così marcate. Forse un’uso meno forte dei crescendo epici tipici del genere e una atmosfera e sonorità con un sentore di jam session, con musicisti che si concedono piccoli spazi quasi di assolo e si scambiano tra loro gli strumenti tra un pezzo e l’altro. In tutto quaranticinque minuti, poi una breve pausa e per il collettivo arriva il momento di indossare il nome più famoso, quello dei Do Make Say Think, e tornare sul palco per l’ultima parte del concerto. Ed è un concerto che sicuramente è facile etichettare come post rock, in quanto tutti i canoni del genere verranno toccati numerose volte: dai crescendo chilometrici ai torreggianti muri di suono distorto, dai momenti di quiete prima (e dopo) la tempesta alla durata sterminata dei pezzi. Su quest’ultimo aspetto i canadesi scherzeranno anche annunciando “and this is finally our second song” dopo la prima mezz’ora di concerto. E già tutto questo, e la classe con cui i pezzi sono composti e suonati, basterebbero per rendere la serata un’ottima serata. Ma a rendere il tutto un vero successo è la sensazione che viene data dalla presenza di nove musicisti contemporaneamente sul palco che suonano assieme con chiara passione e divertimento, dandosi la carica a vicenda, scambiandosi sorrisi e gesti di evidente familiarità e trascinando con loro tutto il pubblico. Un successo che ha come prova i numerosi momenti durante la serata dove per vari minuti è difficile trovare una singola testa che non stia ondeggiando trascinata lungo i fiumi di note che fluiscono dal palco. Allo scoccare della mezzanotte, dopo circa un’ora e mezza di musica senza praticamente interruzioni, ci lasciano con una chiusura estemamente tranquilla e rilassata, con la sensazione di aver assistito ad un’evento degno di essere ricordato nei mesi a venire. Tempo di slegare la bici, miracolosamente ancora lì dopo tre ore di parcheggio in questa parte della città, tirare su il cappuccio e pedalare verso casa con la testa che ancora non riesce a rimanere ferma.

Ugo Riboni