Django Django @ Tunnel [Milano, 27/Settembre/2015]

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Sono passati tre anni dal loro convincente esordio e meno di quattro mesi da ‘Born Under Saturn’, secondo lavoro degli scozzesi Django Django, apprezzato dalla critica e presentato a Milano in una serata di fine settembre. 
Vincent e compagni hanno suonato sullo stretto palco del Tunnel Club, piccolo locale in cui si sono riversati fan e curiosi, fino al sold out. Bella la cornice di pubblico, nonostante uno spazio vitale ridotto all’essenziale sin dai primi minuti. I Django Django hanno rotto il ghiaccio con ‘Introduction”’ l’opener di ‘Born Under Saturn’, prima di surriscaldare un atmosfera già infernale con l’accoppiata ‘Hail Bop’ e ‘Storm’, due fra i pezzi più celebri della band, molto apprezzati da un pubblico anche piacevolmente colpito dal modo in cui sono stati legati indissolubilmente i pezzi proposti. Poche parole e tanta musica, insomma. Poco sing-along, ma buona presenza scenica per una band che ha saputo anche coinvolgere con lunghi soliloqui di chitarra dal sapore neopsichedelico (il visual, dietro, ha fatto il resto) che sfociavano in brevi dialoghi drum’n’bass prima di esplosioni di synth che trasformavano il Tunnel in una dancefloor. Uno schema gradito e proposto in più di un’occasione, anche con diversi bilanciamenti in termini di tempi e spazi, che ha fatto di ‘Shake And Tremble’, ‘First Light’ e ‘Reflections’ quasi un unico lungo pezzo, tutto targato ‘Born Under Saturn’. 
Minuti di grande intensità prima di brevi istanti di tregua in cui alcuni dei presenti hanno voluto dimostrare il loro gradimento con complimenti seguiti da sonore bestemmie. Tuffo nel passato con un trittico di pezzi provenienti da ‘Django Django’ spezzato solamente dalla cinematografica ‘Slow West’, scritta dal batterista e produttore David MacLean. ‘Love’s Dart’ e ‘Firewater’ arrivano al momento giusto: la band si ricarica prima di un finale vibrante, i presenti riprendono fiato e ondeggiano leggeri su pezzi tirati a lucido e rivestiti d’art rock. Ci si muove di meno, si accompagna la musica con la testa, ma l’attenzione non cala. Anche perché arriva subito ‘Waveforms’, infarcita d’elettronica, a far saltellare tutti, anche nelle retrovie. Con un lungo ponte sonoro da clubbing purissimo, i Django Django si spostano su ‘Skies Over Cairo’. Allucinazioni elettroniche e trip neopsichedelici per un pezzo fra i più riusciti della band. Art-rock e avanguardia si poggiano su tappeti di synth e il Tunnel è una bolgia. Gli scozzesi cavalcano l’onda e trascinano ancora con ‘Default’ e ‘Life’s A Beach’: la prima segue un po’ gli schemi delle precedenti, la seconda meno, ma in tanti la cantano, gli applausi sono lunghi e forti, va benissimo così. Vincent chiede ai presenti di piegarsi sulle ginocchia e di alzarsi lentamente trasportati dalle note introduttive di ‘WOR’, con la quale i Django Django suggellano la prima ora e un quarto di grande musica. Cala il sipario e si levano cori per invocare la band a tornare sul palco: in reprise, prima ‘4000 Years’, in mezzo ringraziamenti e applausi, quindi ‘Pause Repeat’ senza soluzioni di continuità conduce a ‘Silver Years’ con cui i Django Django si congedano realmente dal caloroso pubblico milanese. 

Al di là della temperatura sin troppo elevata all’interno del Tunnel, è stata una grande serata e i commenti a caldo della gente all’uscita non hanno fatto altro che confermare quella che, sin dai primi minuti, è stata più che un’impressione: i Django Django han fatto colpo e la loro tensione verso una sperimentazione ostinata e priva di barriere di genere trova la sua vera casa in sede live.

Piergiuseppe Lippolis

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