Discharge @ Villaggio Globale [Roma, 16/Dicembre/2006]

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Eppure non doveva andare cosi. Eh no. Doveva essere una gran serata questa. Avrei speso solo 6€ per vedere due dei miei gruppi preferiti in compagnia di qualche amico. E invece è andato tutto, o quasi, storto. Al Villaggio si esibiscono Affluente, Klaxon e Discharge. Mi faccio largo tra le gigantesche creste punk e arrivo al tendone. I primi sono un gruppo hardcore molto classico di Ascoli con delle buone ritmiche ma da far cadere le braccia il cretinissimo cabaret del cantante incapace di far ridere chiunque, con delle battute completamente fuori luogo, per non parlare delle movenze da pagliaccio. Musicalmente nulla di che, da dimenticare il resto. Però alla fine avranno, paradossalmente, i suoni migliori della serata.

I Klaxon a Roma sono una specie di istituzione visto che suonano dai primissimi anni ’80. Il loro punk semplice, ingenuo e disilluso si rifà, e senza nessun velo, ai Clash, di cui infatti eseguono ben tre cover. Cosa che può far piacere ai fan di Strummer e soci (ed io lo sono) ma avrei preferito ascoltare altri pezzi targati Klaxon. O perlomeno tentare di variare. Ma del resto anche io farei solo cover dei Bad Religion per cui li posso capire. Iniziano con “Cane Rognoso” dal nuovo, ma oramai datato (2003), “Vita Agra” per poi passare in rassegna vari classici come “Libero”, “Geronimo” e la bellissima “Incubo” sempre estratta da “Vita Agra”. E poi ancora la semplicità di “Supermarket Noia”, una vecchissima “Senza Meta”, “Gira E Sole” fino ad arrivare al finale di, e non poteva essere altrimenti, “100celle City Rockers”. Nei bis una buona esecuzione di “I Fought The Law”. Purtroppo i suoni facevano abbastanza pena e non si è capito quasi niente. Chitarre basse, voce del secondo cantante praticamente nulla, batteria impastata, hanno purtroppo reso il loro concerto un pò fiacco. Peccato. Ma restano degli eroi per chi scrive!.

Ed ora i Discharge. Ora si cambia registro, mi dicevo. Col ca…! Pure peggio. Preambolo per chi non li conosce. Ultra storico gruppo HC statunitense, esordiscono con un full-lenght nell’82. Il disco, monumentale, si chiama “Hear Nothing, See Nothing, Say Nothing”, dopo il quale davvero nulla sarà come prima. Ancora oggi rimane insuperato per violenza e nichilismo. Influenzeranno praticamente due decadi di hardcore punk e anche i Metallica li omaggeranno con due cover nel loro discusso “Garage Inc.”: “Free Speech For The Dumb” e “The More I See”. Tra alti e bassi sono andati avanti fino alla reunion del 2002 ed ora eccoli qui davanti a me. Ed era meglio se ce ne stavamo a casa entrambi. Un pianto. Suoni ridicoli, volumi bassissimi, chitarre zanzare, impatto praticamente inesistente, il chitarrista vestito come Paolo Villaggio in “Robinson Crsuoe”, il cantante ce la mette anche tutta per invogliare il pubblico ma, per quanto mi riguarda, è stato un fallimento su tutta la linea. Noia e sbadigli a gettito continuo. Forse in un locale più piccolo avrebbero reso il concerto decisamente migliore, forse era colpa del tecnico del suono, non so, so solo che non vedevo l’ora che finisse quello scempio. La pensione, per favore.

Dante Natale

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