Disappears + His Clancyness @ Init [Roma, 3/Dicembre/2015]

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La nuova rassegna Post Roma di scena all’Init colpisce forte col suo terzo appuntamento: mea culpa per aver perso i due precedenti che hanno visto sul palco di via della Stazione Tuscolana artisti del calibro di Zeus! e Ornaments fra gli altri. Terza serata, 3 dicembre, tre band sul palco (e altre tre previste l’indomani). Arrivo che, purtroppo, i padroni di casa Weird. Stanno già smontando la strumentazione e ancora una volta mi sfugge la possibilità  di ascoltare dal vivo i brani di ‘A Long Period Of Blindness’. Il terzo mea culpa me lo gioco verso chi ha profuso impegni per lanciare Post Roma nel vedere il locale tutt’altro che pieno. La seconda portata della scaletta la offre Jonathan Clancy con i suoi His Clancyness: dopo gli anni con Settlefish e A Classic Education, Clancy e compagni offrono un piacevole power pop, frizzante e sbarazzino ben esplicato dal brano ‘Machines’, concedendo anche momenti più raffinati e rarefatti, tra morbidi synth e chitarre dreamy. Main act della serata i Disappears da Chicago, nel tour che li ha visti esibirsi al Le Guess Who? Festival a Utrecht e rendere omaggio a Bowie eseguendo dal vivo a Londra il suo ‘Low’ per intero. Seppure penalizzati da qualche problema di bilanciamento audio e probabilmente anche alle spie, a giudicare dalle pause tra un brano e l’altro, le indicazioni lanciate al fonico e un calcio di stizza tirato al suo monitor dal chitarrista Jonathan  Van Erik, la band ha offerto una ottima prestazione, in bilico tra la claustrofobia e il vuoto pneumatico di molti brani del più recente ‘Irreal’ come l’ipnotica ‘Halcyon Days’ di cui si apprezza tra l’altro il drumming efficace benché concentrato su cassa, rullante e hi-hat espresso su buona parte dei brani ed essenziale per sviluppi dal sapore kraut mentre le chitarre dal vivo virano a volte virano vagamente dalle parti di Bernarnd Sumner, e ‘Hibernation Sickness’ e ‘Replicate’ che mi fanno invece riaffiorare in mente l’esordio di una decina di anni fa di una band ormai dimenticata come i Vines, anche per la voce ben più sguaiata e meno Reediana rispetto alla versione studio di Brian Case. Meno glaciali e più sporchi di quanto mi aspettassi, estremamente meritevoli di approvazione in ogni caso. Agguanto un 7 pollici live e mi dileguo in dolce compagnia, aspettando la prossima serata Post.

Pierdomenico Apruzzese

Foto dell’autore

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