Dirty Three + The Drones @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Maggio/2007]

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Serata interamente dedicata all’Australia quella di questa sera con tanto di banchetti con flyer pubblicitari e convenzioni per i giovani fino a 30 anni (a noi giovani trentacinquenni non ci pensa nessuno invece) per incentivare il turismo nell’altro emisfero. Ad aprirla tocca al quartetto The Drones che subito ci spara un brano che potrebbe essere un out-take dei Pixies (ovviamente la bassista in questi casi è sempre al femminile) con un energico impatto sonoro. Mano a mano che il concerto prosegue l’impatto rimane sempre convincente ma la qualità delle composizioni va scemando. Sono in gran parte pezzi nati da melodie poco originali e poco efficaci (alcune in stile Bad Seeds, altre ricordano preoccupantemente addirittura i System Of A Down) sulle quali il gruppo costruisce muri di chitarre su voce sguaiata. Il pubblico sembra gradire ma io, avendo una predilizione per le composizioni prima ancora che per gli arrangiamenti, ho la sensazione di aver perso un’ora che nessuno mai mi potrà restituire.

Ma dopo il cambio palco il mio umore cambia radicalmente quanto entra il mefistofelico Warren Ellis a fare il soundcheck col suo violino e a passare le cera sul suo archetto. Pochi minuti ed entrano anche gli altri due zozzoni: Mick Turner alla chitarra e Jim White (o forse era Tom Jones?) alla batteria. Dopo un divertente siparietto in cui Ellis gioca col pubblico chiedendogli quale colore preferisce per le luci, si comincia: “We hate fucking Jon Bon Jovi, we hate U fucking 2, we are the Dirty fucking Three!”. Dopo questa programmatica autopresentazione il gruppo attacca il primo capolavoro della serata, ovvero “The Restless Waves” seguita a ruota da “Sea Above, Sky Below”, entrambe tratte dal sublime album “Ocean Songs” (che i nostri eseguiranno per intero al Primavera Sound Festival di Barcellona). La suggestione è già ai massimi livelli, l’attenzione e il coinvolgimento sono totali: l’indemoniato Ellis (un gabbiano che vola a pancia in su) riempie l’aria con fendenti di violino, le braccia di White (una piovra che si muove sinuosa) disegnano ampie ellissi girando vorticosamente sopra i tamburi, ora sfiorati dalle spazzole, ora percossi energicamente dalle bacchette; a guidare il tutto c’è però la chitarra satura, e apparentemente sempre fuori tempo, di Turner (una foca sdraiata sulla spiaggia). Canzoni dell’oceano per l’appunto, eseguite da musicisti che riescono ad immedesimarsi, persino fisicamente, al mare e alle creature che lo popolano. Rispetto alle versioni in studio qua i pezzi possiedono molta più dinamica, non è più solamente eterea musica da camera, c’è anche tanta’energia e trasporto emotivo. Il pubblico, in silenzio assoluto nei momenti in cui la musica si fa più rarefatta, è il più educato che abbia mai visto. L’istrione Warren Ellis presenta ogni brano in maniera improponibile (ma ci dice anche di mandarlo a fanculo qualora diventi insopportabile), prima di tuffarsi a capofitto nelle note e nelle atmosfere magiche di “Hope”, “Red”, “Everything’s Fucked”, “Authentic Celestial Music” e “Backwards Voyager”. Il concerto si conclude con l’infinito baccano infernale e mortifero di “Sue’s Last Ride” dedicata a tutti quelli del pubblico che sono morti o che stanno morendo. Me ne torno a casa con la mente sprofondata in un universo irreale, ma con due cose ben chiare in testa: la ragazza dai capelli rossi davanti a me era incantevole, il prossimo inverno mi regalerò un viaggio in Australia.

Daniele Gherardi

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