Dirty Projectors @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Settembre/2009]

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La domanda è: cos’ ha ascoltato David Longstreth, mente (bizzarra) del sestetto di Brooklyn, quando era uno sconosciuto teenager del Connecticut? Sicuramente i Talking Heads, quindi forse Brian Eno, probabilmente i gruppi Motown, supponiamo i Beatles, plausibilmente John Cage ma, senza dubbio, (oltre ad una marea di altra roba) valanghe di studi etnomusicologici sul Continente Nero. È difficile districarsi nel pop colto, eppure così asimmetrico, dei Dirty Projectors. L’unica certezza, anche alla luce della standing ovation del giornalismo di settore al cospetto del loro ultimo ‘Bitte Orca’ (Domino, 2009), è che questi ragazzi suonano (e cantano) qualcosa di davvero unico. Dopo l’esordio a suo nome nel 2002 con ‘The Graceful Fallen Mango’, Longstreth conia l’acronimo Dirty Projectors per la sua creatura con line up variabile e dalle mille e una contaminazioni. Cantautore, polistrumentista, compositore, arrangiatore e visual artist, il David Byrne del 2000 parte da strampalate melodie in lo-fi incanta fringuelli (tema ricorrente in ‘The Glad Fact’, del 2003) e, passando per due EP, l’anno seguente si ritrova ad armeggiare tra folk e classicismo sbilenco con un’orchestra da camera, da lui denominata First Orchestral Society for the Preservation of the Orchestra, nell’album ‘Slaves’ Graves & Ballads’. Nel 2005 Il factotum matto rende – se possibile – ancora più arduo il tentativo di inquadrare la sua produzione con ‘The Getty Address’, a suo dire una “glitch-opera”, dalla fantasiosa strumentazione e  senza sconti per l’ascoltatore medio. È con il quarto album, ‘Rise Above’ (Dead Oceans, 2007), che l’affare sporco di base newyorkese comincia a farsi più definito. Entrano in pianta stabile Amber Coffman alla chitarra e Brian Mcomber alla batteria. Ma soprattutto, la geniale rivisitazione di 11 delle 15 tracce di ‘Damaged’, offre una versione più accessibile, quasi sfiziosa, della personalissima arte compositivo – interpretativa di Longstreth. I Black Flag diventano a tratti ballabili, poliritmici, finemente stratificati, celestiali. Dopo aver mantenuto stabile per 6 anni la media dell’8.2 su Pitchfork, a giugno i Dirty Projectors sferrano – per la Domino – il colpo del 9.2: ‘Bitte Orca’. Intrecci di melodie. (Ancora) chitarre africane, ma stavolta mescolate a ritmi r&b, e poi a ricami sintetici e poi ad improvvise esplosioni hard rock. Ritagli di folk, cuciture lo-fi e le pietre preziose dei giochi armonici di Amber Coffman (chitarra e voce), Angel Deradoorian (polistrumentista e voce) e Haley Dekle (voce): ‘Bitte Orca’ è un patchwork bizzarro, un abito che non tutti possono indossare, ma che è certamente più “vestibile” delle creazioni precedenti. Un modello indie unico. Di quelli che sul palco fanno un figurone.

Unica data italiana. Stavolta la fortuna (?) bacia la capitale, concedendo un’esclusiva di cui saprà beneficiare solo l’elite delle orecchie più curiose e ben informate (lettori di Pitchfork, qualche straniero, indie senza frangetta ma con vista lunga e, ovviamente, i soliti noti). Non certo una sala vuota, ma uno di quegli strani casi in cui, un giovane gruppo acclamatissimo oltreoceano, non riceve la dovuta attenzione nel nostro Paese (l’aggettivo accanto a “Paese” sceglietelo voi). Troppo impegnativi? Troppo poco groovie? Sbagliato. Dal vivo, i sei newyorkesi sono assai più accessibili che su disco. E, spesso, le tre voci femminili, sono così catchy da far invidia a Beyonce. Minimale e raccolta. È l’atmosfera del folk da camera di ‘Two Doves’ – scritta appositamente per Angel Deradoorian da Longstreth – con cui i due cominciano “lentamente” il live. Ma gli occhi spiritati del deus ex machina lasciano prevedere l’imprevedibile. Metallico, angolare, eppure così esotico, il suono delle chitarre di ‘Cannibal Resource’ culla dolcemente verso il combo ibrido di ‘Remade Horizon’: ottimi musicisti (non deve essere troppo facile stare dietro alle composizioni di Longstreth), splendenti, quasi spirituali, in quel senso così naturale delle musiche nere, psichedelici nell’intrecciare code di voci e chitarre, così giovani eppure così poco scontati. Devono aver passato anni a cantare a cappella o in qualche coro di chiesa, le tre soavi fanciulle, intonate tra di loro manco fossero la sezione fiati della Berliner Philarmoniker. ‘No Intention’ sembra quasi gospel, ma un accenno di r&b comincia ad insinuarsi nei movimenti, nell’attesa di zuccherare la miscela con gli uptempo di ‘Stillness Is The Move’ (questa, scritta appositamente per Amber Coffman). Sorprende la facilità con cui le armonie, i cambi di tempo, la varietà di colori ed immaginari si alternano all’interno di uno stesso brano, riuscendo a non essere pretenziosi e a rincorrersi giocosamente tra loro, curandosi di non lasciare mai il pubblico indietro. La soavità di ‘Gimme Gimme Gimme’ si trasforma negli abissi di ‘Thirsty and Miserable’, in cui si perdono gli sfoghi della chitarra del (quasi) posseduto frontman. L’armonia nonsense di ‘Useful Chamber’ che accelera, si dilata e poi esplode in quell’affastagliarsi hard rock che ha fatto gridare ai Led Zeppelin, raccoglie scrosci di applausi come se la sala fosse stracolma. Sono una sorta di Deerhoof più smaliziati e “neri”, i Dirty Projectors, con il merito sia di saper trasformare sul palco la componente intellettual-sghemba in una fresca originalità compositiva, sia di saper giocare con le voci rimanendo sul confine tra il colto e l’orecchiabile. Sanno condurre nei loro territori e farsi amare. Addirittura da David Byrne.

Chiara Colli

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