Dirty Beaches @ Parco San Sebastiano [Roma, 2/Agosto/2011]

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Roma agostana raccoglie gli ultimi favori. Gli ultimi volenterosi-curiosi che non si arrendono alla stagione ormai volta al desìo. Non c’è artista al momento più “vintage” di Alex Zhang Hungtai aka Dirty Beaches, un ragazzone di un metro e ottanta circa, una sorta di fratello giovane di Tony Leung che sembra uscito dalla trilogia di “A Better Tomorrow” piuttosto che da una pellicola del suo riferimento Wong Kar-Wai (è lo pseudonimo con il quale ha iniziato a muovere i primi passi nel 2006). Molti dei suoi video che trovate in rete sono da lui stesso diretti, segno di una vena artistoide che lo ha portato in breve tempo a riscuotere un significativo riscontro (per ora di nicchia-culto) anche grazie al debutto ‘Badlands’ che è subito volato tra le nomination del Polaris Music Prize. Si, perchè Alex è di Vancouver, la perla del Canada mamma adottiva di un giovane di sicuro talento, seppur rimanga ancora per certi versi “acerbo”, pronto però a fare un notevole salto nel gotha che conta (se esiste e quale sia stabilitelo voi).

Aguirre è un compagno ideale. Un paio di birrette e tre caffè coprono le quasi due ore (!) che ci separano dalle 23.15, orario stabilito di inizio nella cornice fresco-shirt-pantalone largo del Parco San Sebastiano. Alex arriva dal festival di Giovinazzo dove ha usufruito di un apporto spettatori quantificabile in “migliaia” che ovviamente non può ripetersi questa sera, proseguirà quindi per Padova e Ravenna, prima di varcare i confini spagnoli e tornare brevemente in terra francese. Gli stringo la mano dopo aver constatato la sua gentilezza e aver notato come la ragazza canadese lo segua passo passo, anche dietro le quinte, oltre a fungere da organizzatrice di un piccolo banchetto merchandise con vinili e CD lo-fi semi-homemade.

Jeans nero, ciuffo sbarazzino a testimoniare ancora una volta il suo amore verso i fifties, tatuaggi discreti che fanno capolino da una semplice maglietta bianca, chitarra ad “effetti”, un microfono senza asta ad “effetti” e una loop station sono i suoi fedeli compagni di esibizione. Un po’ di fumo di scena ed Alex Dirty Beaches si presenta con un paio di brani che Aguirre (in versione Radio Carlonia) definisce come se “I Cramps fossero ad un corso universitario tenuto dal professor Martin Rev. Ed in effetti la reiterazione ossessiva, quella voce straziata e soprattutto quella chitarra semi-lancinante, confermano la tesi ben fotografata dall’amico nerd. Una coppia di corde penzoloni obbligano l’artista a dedicarsi solo con la voce ad un paio di brani che invocano lo spirito di Jim Morrison (ben presente nell’album), movenze mai invasive, con mossetta del ginocchio in avanti in stile Elvis Presley. Quando torna la sei corde è già tempo della parte finale, ancora sentimenti Suicide, ringraziamenti in italiano, la sua personale ‘The End’ profonda e sentita e in chiusura anche la sua personale ‘Fever’ doveroso omaggio (voluto) a King Elvis. Mezz’ora esatta. Grandi sorrisi, la giusta timidezza, estrema delusione tra i presenti per la breve durata (del resto trattavasi di concerto gratis e soprattutto di day-off della quasi ultima ora), che viene però in parte lenita da un bis prima del quale Alex invita la gente, se vuole, a parlare e prendersi una birra. Lui infatti si dedicherà alla chitarra in una sorta di esecuzione ambient noiosetta, in ginocchio davanti alla “stazione” di pulsanti e pedali, che nulla aggiunge e nulla toglie al “personaggio” Dirty Beaches (guarda video). “E’ finito” dice in un perfetto italiano. Applausi ed autografi accanto ai suoi vinili e alla sua ragazza. Quello che più conta per Alex. To be continued…

Emanuele Tamagnini