DiROCKato Festival @ Portavecchia [Monopoli, 9-10/Agosto/2015]

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“Non ci sono i nomi”. Il ritornello che mi son sentito nelle orecchie per qualche giorno appena arrivato a Monopoli parlando del DiROCKato festival è che quest’anno non ci sono i grossi nomi di richiamo. Ma, parafrasando una vecchia hit dei DiodellaLove “A noi dei nomi… non ce ne frega un c…”, ad un festival come questo che ormai dura da 6 anni, ci si va al di là dei personaggi di richiamo, anche per premiare lo sforzo dei ragazzi che organizzano per la città un evento, lo ricordiamo, rigorosamente gratuito a cui lavorano durante tutto l’anno. A me del nome di richiamo tra l’altro non è mai fregato una cippa quindi partecipo baldanzoso per la mia quarta volta al diROCKato, il festival  sul mare di Monopoli.

9 Agosto

Aprono gli Iosbarco e non è un inizio proprio sgargiante, il loro elettropop è ancora un po’ acerbo e servono dei brani più incisivi per far presa sul pubblico all’inizio sempre un po’ sonnacchioso. Apprezzo l’umiltà della band ma restano decisamente fermi sul palco e le canzoni necessitano di prendere vigore. La seconda band della serata, GSB Negativo, è stato un evento. Negativo. Ho apprezzato molto il rock spietato e tirato forte, bello squadrato con ritmiche di chitarra quasi rock and roll ma davvero imbarazzante la performance del cantante fuori contesto da tutto. Forse (anzi spero sia stato quello) qualche cicchetto di troppo gli ha impedito di aver un comportamento decente sul palco perché è stato tutto un ”vaffanculocazzobastardicomprateilcdstronzigiudei”. Ripeto che la band ha anche il suo perché (un figurone davvero), lui invece spero di non rivederlo mai più anche perché la sua molestia è perseguita durante tutto il festival cercando di vendere il CD girando tra le persone stile ambulante. Sotto zero. Primo botto del festival i The Whip Hand da Trani. Un’eccellente performance la loro, segno anche del buon gusto degli organizzatori che setacciano la penisola da nord a sud per scovare il meglio in ogni genere musicale. Eccoli i The Whip Hand che sanno stare sul palco senza proclami del cazzo e lasciano parlare la loro splendida musica tra new wave e riverberi shoegaze. Suoni della chitarra meravigliosi, ritornelli che entrano perfetti nelle melodie vocali e un’umiltà che tanti gruppi si sognano. Mezz’ora perfetta, pulita e sognante.

Quello dei The Whip Hand è l’antipasto al clou della serata e anzi, per quel che mi riguarda, il top dell’intero festival: l’esibizione degli Storm{o}. Sono vincenti sin dal titolo del loro disco che incute timore e sottomissione ‘Sospesi Nel Buio Bruceremo In Un Attimo E Il Cerchio Sarà Chiuso’. Il loro hardcore è di matrice post (per gli amanti del dettaglio critico) e son stati curati dal produttore dei Converge. E potrei chiuderla qui. Invece no, questi ragazzi vanno raccontati. Una ferocia che non ricordavo da tantissimo tempo (forse solo i To Kill): cattivi, spietati, se avessero potuto si sarebbero scorticati vivi sul palco e si sarebbero strappati il cuore per buttarlo in terra. Hanno dato tutto e di più sul palco. HC frastagliato, schiumato, veloce e suonato con la classe e la tecnica di un gruppo come appunto i Converge o se volete restare in Italia come i Skruigners o i La Quiete. Insomma come se i Fear o i Minor Threat avessero studiato un bel po’ di più le scale pentatoniche.  Una tempesta senza possibilità di pause o mid tempo. Non oso immaginare cosa abbiano pensato le famiglie che mangiavano il pesce nel ristorante seduti all’esterno a cinque metri dal palco. Gruppo cult dell’anno e performance galattica. Abbandonano lo stage incenerito e ci lasciano pietrificati e imbalsamati. Sembra che sia passato un carrarmato sulla testa. Che gruppo. Arrivano gli headliner  …A Toys Orchestra. In tanti anni sotto i palchi di mezz’Italia non li avevo mai ascoltati dal vivo e, a dire il vero, neanche in studio, non essendo il loro un genere che mi appassiona. Ero dunque molto curioso. La loro performance è stata ottima per chiudere la serata e far cantare/ballare un po’ il pubblico (che pian piano ha riempito l’intera piazza). Pop abbaloccato, ritornelli carini, ottimi suoni e arrangiamenti delle tastiere e canzoni che in molti conoscono e cantano, buonissima presenza sul palco per capacità di coinvolgere la gene. Bene così dunque.

10 Agosto

Intanto spero di non trovarmi di nuovo di fronte il molestatore di ieri sera. Per mia fortuna oggi non c’è. Tornando a noi invece… beh gran giornata di chiusura.  Anche oggi ero ignaro di ogni band che sarebbe salita sul palco, eccezion fatta per Il Management del Dolore Post-Operatorio che noi di Nerds Attack! abbiamo ospitato alla nostra festa nel lontanissimo 2010. Apriamo con i Discrict#2, band locale che finalmente non ha sfigurato come gruppo di apertura. Il loro power-pop è davvero ben curato e la sicurezza dei loro mezzi e del loro songwriting  gli permette di suscitare entusiasmo tra il poco pubblico presente. La pigrizia non demorde mai. Però avete fatto male a non esserci perché i ragazzi meritano una chance e un ascolto. Piaciuti molto, anche se 20 minuti son stati pochini per giudicare.

Decisamente sorpresona per me è tale Giuseppe Liuzzi da Noci. Mai sentito prima d’ora ma dopo stasera cercherò di ascoltare tutto quello che ha prodotto. Sembra venir fuori dagli anni ’70, cosi come la sua backing band (si segnala la presenza di Onny, il batterista che suona con tutti, anche con i District#2). Liuzzi suona canzoni stile Niccolò Carnesi se volete, con testi dolceamari, sarcastici e gioca con le parole, sa scrivere bene, si vuole bene, ci vuole bene. Ma soprattutto sa suonare e confeziona gioiellini pop-rock di estrema bellezza, con canzoni decisamente più interessanti di molto cantautorato moderno alla moda. Non se ne può più di Colapesce ecco, ascoltate Liuzzi. Apprezzo ogni canzone che fa e tutto quello che dice. Da seguire subito appena rientro a casa. Mentre Liuzzi sta per terminare il suo set si preparano i The Bucket Butchers. Si preparano in mezzo alla piazza perché non hanno bisogno dal palco. Già, la loro è una performance artistica che lascerà me e i monopolitani di stucco. Sono un duo di Prato, classici buskers, artisti di strada che suonano con quello che trovano di percussivo. Già vi leggo nel pensiero: “i soliti bonghi e le solite pentole”. Un po’ l’ho pensato anche io, lo ammetto, ma quando i due hanno iniziato ho dimenticato tutti i pregiudizi anche perché non suonano improvvisando ma sono estremamente tecnici. Suonano all’unisono e la bellezza della loro performance è appunto la perfezione di due batteristi che intrecciano i ritmi tra di loro. A bocca aperta abbiamo assistito a 20 minuti di grande musica. Musica prodotta da scatole, barattoli, pezzi di ferro e altro. Compatti e perfetti nelle ritmiche si dimostrano coerenti con il loro stile di vita quando, verso la fine della loro esibizione, annunciano “noi abbiamo rifiutato di prendere soldi dagli organizzatori per venire qui, siamo artisti di strada, ma se volete potete contribuire con un’offerta libera in questo cappello”. Mentre finivano la performance il cappello si è riempito copiosamente vista la bravura. Si alzano, si inchinano a ogni centesimo che gli viene dato, spendono parole d’oro per gli organizzatori e vanno via salutandoci tutti uno per uno (quasi). Amore vero. Cercateli su YouTube per avere un’idea di cosa riescano a fare con quattro pentolacce e un bidone di plastica dell’immondizia.

Seguono i Midihands trio completamente diverso come genere musicale visto che siamo su territori elettronica/dubstep ultra filtrata e realizzata solo con pensieri avanguardisti, per mezzo di cubi che producono suoni a seconda del modo in cui la mano ci volteggia sopra, come fosse un theremin. Un balzo di 1000 anni, dai barattoli dei Bucket Butchers ai sequencer dei Midihands. Ho fatto fatica solo all’inizio ad ascoltarli ma poi, con il passare dei minuti, la loro esibizione mi è piaciuta moltissimo. I suoni iniziavano a farsi più pressanti, possenti e si infilavano nella testa e nelle gambe. La voce di Miriam, sinuosa e robotica, è uno strumento a parte capace di fare una cover di ‘Come Together’ veramente da pelle d’oca. Quello che stupisce è come un genere così d’elite e difficile all’ascolto abbia suscitato grandissimi applausi tra il pubblico ammaliato da filtri e sequencer. Penultima band i romani Sadside Project messi furbescamente, ma anche giustamente, verso la fine della serata. Il loro rock and roll, molto influenzato dal folk americano con tanto di mandolino e violino, fa ballare tutta la piazza. Certo, possono ricordare i drammatici Mumford & Sons ma hanno dalla loro anche una presenza sul palco da veri mestieranti. Scelgono i brani più veloci e tirati del repertorio e il pubblico può finalmente lasciarsi andare ai balli d’estate. Io personalmente li ho trovati troppo scontati con delle canzoni belle ma inesplose, come se mancasse ancora qualcosa. Ma al pubblico tutto ciò non è importato nulla e vale il loro giudizio. Chiusura della serata e del festival dedicata ai MaDe DoPo. “Non ci sono i nomi” dice ancora qualcuno però i MaDe DoPo se ne sbattono dei nomi e offrono una performance di post-punk/math-rock da applausi. Spaccano il palco in quattro e il cantante si dà un gran da fare per mostrare di cosa sono capaci questi quattro abruzzesi. Davvero positivo il mio giudizio su di loro. Non mi piacciono granchè i testi ma tutto il resto funziona alla grande e sono perfetti per chiudere quest’edizione. Chitarre aggrovigliate e batteria che viene morsa dalle bacchette con un ritmo indiavolato su cui il cantante ci si lancia in mezzo. Son dunque io che invecchio precocemente, perché una band così me la sarei dovuta ricordare. Addio anche a questa edizione dunque  che verrà ricordata come quella che ha dimostrato che anche senza nomi altisonanti i ragazzi del DiROCKato sanno scegliere bene tra diversi stile e generi musicali e che la qualità paga sempre. Famoso o non famoso che tu sia.

Dante Natale