Dirockato Festival @ Area Pagano [Monopoli, 3-4-5/Agosto/2013]

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IV edizione per il Dirockato Festival di Monopoli che in pochissimo tempo rischia di diventare il festival di rock italiano più importante del meridione. Due anni fa lo spazio concesso dal comune era nel pieno centro storico ma da allora i ragazzi si sono spostati leggermente fuori, in una ex tendopoli, forse meno fascinoso ma decisamente più pratico per un evento del genere. La prima giornata prometteva già bene per la sola presenza dei nostri amati Wora Wora Washington ma, esattamente come due anni fa, mi son fidato degli organizzatori e del loro buon gusto sapendo che la cosa bella di questo festival erano e sono sopratutto le band della regione, inevitabilmente ancora non conosciute a livello nazionale. Arrivo in largo anticipo, il primo stand che visito è quello dei vinili ovviamente, ‘Zuma’ di Neil Young e il primo ‘Cheap Trick’ (15€ totale) finiscono subito nello zaino. Inganno l’attesa con un panino alla salsiccia, una birra, altri stand (libri, comics, olimpiadi della birra, cioè chi finisce una 0.33 in minor tempo possibile) e dopo un lungo check e con gran ritardo, tanto che dalle 19.30 del programma si è slittati alle 21, finalmente si inizia.

Non mi fidavo del nome dei Cera Lacca, la band di apertura, e non mi fidavo della definizione dei presentatori che, definendoli come un trio influenzato dai Mumford & Sons, mi hanno causato una restrizione immediata dello sfintere. Invece mi son ricreduto subito perchè il trio di Trani, due chitarre acustiche e una elettrica conosce il suo, sa scrivere canzoni e il loro folk veloce e sostenuto genera balli e applausi sinceri. Pessima figura però del chitarrista elettrico, che già aveva suscistato perplessità per i suoi pantaloni alla zuava. Egli, infastidito da qualche problema tecnico, al secondo brano sbatte la chitarra per terra, dà un calcio alla cassa che usava per dare il ritmo alle canzoni e se ne va come un Robert Fripp de noantri per tornare un paio di brani dopo convinto dagli organizzatori. Increduli ma impassibili gli altri due hanno continuato a suonare senza scomporsi. Per fortuna. Ah, meglio i brani originali, la cover no! 20/25 minuti di buon inizio e i miei complimenti sinceri. Unica delusione musicale della serata i The Ascender, melodic-core-metal da Monopoli. Genere trito e ritrito, cantanto rappato, movenze copiate dai gruppi nu metal di oramai 15 anni fa. Sanno suonare, ma dopo due canzoni per me son iniziati gli sbadigli. Gruppo che attendevo con ansia e gaudio invece sono i sempre monopolitani No Broken Bottom, già visti due anni fa sempre qui al Dirockato e l’anno scorso nelle campagne di Alberobello. Confermano di essere una delle band post-hardocre-metal più interessanti della penisola. Squadrati, massicci, fluidi, coinvolgenti, suono che fa spavento per precisione chirurgica e pulizia. ‘Don’t Try This At Home’ pezzo migliore del set. Furastici. Se capitano dovunque voi sitate andateli a vedere. A questo punto, sono le 22.20 circa, mentre la fila al bar diventa sempre più lunga (l’ingresso, ricordiamolo, è gratuito per tutte e tre le serate) e i panzerotti galleggiano sempre più in una vasca d’olio di ricino, avviene un giallo. I presentatori annunciano i bresciani Aucan che avrebbero dovuto chiudere la serata a seguito dei Wora Wora… avverrà l’opposto. Chiedo un po’ in giro info sulle motivazioni, circola voce non ufficiale che ci siano problemi logistici di spostamenti vari per la mattina dopo, gli organizzatori si chiudono in un gelido “No Comment” ma le loro facce scure fanno capire che il cambio non gli è andato giù e le ragioni si capiranno infatti alla fine, quando a farne le spese saranno i Wora Wora Washington. Boh forse gli Aucan dovevano prendere la corriera per Alberobello la mattina dopo per la raccolta delle nespole.

Lungo cambio palco, piu di mezz’ora per creare il clima di attesa (che servirà solo a far tagliare il set ai WWW) e poi salgono finalmente questi benedetti Aucan. Conoscevo il loro genere, avevo sentito qualcosa, sapevo che incidono per La Tempesta e che nei loro tour europei hanno aperto per Portishead, Chemical Brothers e tanti altri ma non li avevo mai visti dal vivo. Il motivo dell’irritazione degli organizzatori lo si capisce subito a metà del primo brano: gli Aucan, sono un gruppo superiore a chiunque nel loro genere e in un festival la loro presenza era perfetta per essere l’ultima. Hanno suonato un’ora, un’ora che non si dimentica. Il migliaio di persone presenti ha preso d’assalto il palco per godersi lo show, un mix di Chemical Brothers e Prodigy, elettroclash brutalissima, danzereccia e cattiva. Nascosti nei cappucci delle loro felpe gli Aucan annientano, stupiscono e scaldano il pubblico in pura estasi e la tendepoli si trasforma in una discoteca. Ballo persino io. Non posso però notare un atteggiamento pessimo da rockstar visto che, oltre ad aver ritardato di molto il loro set, escono e perdono ulteriori 5 minuti per farsi richiamare per il bis. Cinque minuti che si rivelerano fatali per i poveri WWW. L’encore è pero mastodontico, il pezzo è una monumentale piece che condensa il meglio della band tra sequencer, batteria elettronica, ritmi indiavolati, chitarre ultrafiltrate. Show dell’anno per me. Li odio ma non posso non essere oggettivo. Neanche un grazie ai ragazzi del Dirockato per la concessione del cambio di programma, nè un saluto. Escono e vanno a prendere la corriera per Conversano. Capisco ora ancora di più il problema per chi ha organizzato l’evento. Far suonare chiunque dopo gli Aucan è impresa titanica, tanto che molte persone vista l’entità dei suddetti dopo il loro show ha giustamente pensato che meglio di loro sarebbe stato impossibile fare ed è andata via o si è comunque defilata tra il bar e gli stand. E hanno fatto male, malissimo, perchè i Wora Wora Washington saliti in fretta e furia sul palco sapendo di non aver molto tempo hanno suonato in maniera esemplare. OK, non avevano forse l’impianto luci e i suoni degli Aucan ma hanno dato il massimo, sono stati commoventi, sfoggiando il meglio del loro repertorio, elettronica e rock, con un gusto della melodia sempre sopraffino. Lo show dei veneti si barcamena tra primo e secondo disco (‘Drum Machine’, ‘If It’s So Wow’ su tutte). Picchiano sugli strumenti, le loro maglie sono zuppe di sudore dopo due minuti, nervi tesi sugli strumenti, movenze alla Devo e gambe larghe come una punk band d’assalto, robotici, lunari, stellari. Umiltà (tanta) e classe (tantissima). Commoventi, meravigliosi. Mi vien voglia di chiamare quegli stolti che sono seduti lontano al bar e dirgli di venire qui, sotto il palco, a godersi lo show. Purtroppo a metà del set un ulteriore problema tecnico fa perdere altri minuti preziosi alla band e dopo 25 minuti gli sbirri fanno segno con le dita a forma di forbice che bisogna chiudere. I ragazzi del Dirockato sono avviliti ma ringraziano la band per la comprensione. Un urlo finale WORA WORA WASHINGTOOOOON un’altra Peroni alla spina e la prima serata finisce qui.

Mentre in Italia si soffoca a 40 gradi a Monopoli c’è il fresco della brezza del mare e la serata è perfetta per birraamicichiacchieramusica. Arrivo tardi per la prima band, i The Pier, ascolto solo l’ultimo brano, troppo poco per giudicare. Ma mi rifaccio subito con i Dont Ask Me, band della provincia che nella mezz’ora a disposizione dimostra a tutti di che classe sono fatti. Il loro rock di matrice americana anni ’90, post di tutto, è una cascata di riff e melodie perfettamente coagulate. Sanno scrivere brani, li sanno suonare e sanno stare sul palco. Algebrici. Grande personalità da tenere d’occhio. Circoletto rosso. Mentre fa la comparsa al festival anche Vinicio (Sid Vinicious inizia bene, ndr) salgono gli IoHoSempreVoglia, eroi nazional popolari, avendo partecipato, anche con un discreto successo, al recente festival di Sanremo. Giocano in casa, il pubblico lo sa, loro pure e gli applausi scrosciano. Ma a me piacciono poco poco. Beat ialiano, onesto, carino ma scivola via senza sussulti. Meglio una visita allo stand dei panini. Verso le 22 l’ex tendepoli è già stracolma di gente pronta per il trittico finale. Latex Teen First Attack, Gazebo Penguins e Tre Allegri Ragazzi Morti. Ignoravo chi fossero i primi purtroppo e ancora una volta faccio un applauso agli organizzatori per aver portato su questo palco tutti gruppi di alta caratura come il gruppo veneziano, forse i vincitori morali della serata. Chitarra basso e batteria. Altro non serve al power trio dei Latex Teen First Attack per regalare un orgia di math-rock che ha lasciato di sasso tutti i presenti. Furore puro, tanto che a un certo punto il batterista fa crollare, piano piano, durante un brano quasi tutti i pezzi del drum kit, microfono, piatto, charleston, tutto gli cade attorno mentre le architetture spaventose del trio si alimentano a vicenda. Pensate ai Dillinger Escape Plan che suonano come i Fugazi e avrete una possibile idea di quello che hanno rilasciato sul palco, anche per intensità emotiva, questi tre ragazzi. Caterpillar. Gloria nell’alto dei cieli. Ripasso dal banco del vinile, prendo due 45 giri ‘Who’ll Stop The Rain’ dei CCR e ‘Lady’ dei T- REX. Penultimo gruppo sono i Gazebo Penguins, (stasera nessun problema di ordine di band) esplosi con ‘Legna’ e ora in orbita con il nuovo album ‘Raudo’. La band del paese di Ligabue dimostra che la loro dmensione è quella live. A me su disco hanno convinto (ma non tantissimo) per cui aspettavo la prova del nove. Superata alla grande. Punk d’assalto misto alla loro matrice, gli anni ’90, la loro ispirazione con testi in italiano. Nulla da dire se non che nel tempo loro concesso hanno coinvolto emotivamente tutti, inchiodando i presenti anche con quelle liriche da tardoni adolescenziali e le mazzate di chitarra e batteria, e che quindi la band sia uscita tra gli applausi e le mani al cielo. Direi che la serata a questo punto è già più che soddisfacente. Manca il piatto forte, i TARM ma motivi familiari mi hanno impedito di seguire lo show. Domani festa di chiusura con Appino e altri. Io esco, la gente invece continua in massa ad entrare.

Bagno al mare, doccia e Dirockato, oramai la consuetudine è collaudata, così come la birra fredda appena arrivi. Due chiacchiere con Giorgio Spada, una delle menti del festival. Gli chiedo se è vero che l’anno prossimo quest’area sarà inagibile perchè verranno costruite delle case. Mi dà conferma del progetto edilizio ma anche speranza “un posto lo trovo, dovessi radere io stesso al suolo delle case”. E così proprio a fianco del fido Giorgio mi gusto la band d’apertura che per me ha stravinto la serata, i Plof. Band di Fasano (BR), visti per puro caso l’anno scorso in una masseria qui nei dintorni. Mi stupirono e quindi li rivedo volentieri. Beh, il ricordo era sbiadito perchè questa è una band superiore. Da cerchiare in rosso, da ricordare perchè DEVONO avere un futuro. One two three e via di hardcore alla Circle Jerks misto a rockabilly e freejazz punk metal fusion. Meat Puppets, Butthole Surfers, Talking Heads, ecco chi prendere in causa. Mezz’ora iconoclasta, irriverente, cazzarona, quattro musicisti impavidi, anarchici e futuristi, ignari di ogni regola musicale; scricchiolano le assi del Dirockato e scatenano urla di gioia lanciate al cielo dal pubblico, dapprima sopraffatto da tanta pazzia poi  divenuto adepto dei fasanesi. Plof, io vi amo. Cover finale di Rob Aggiustatutto, ho detto tutto. Fatta come la farebbero i Fantomas. Ma non bene come l’hanno fatta i Plof. Sorry, ma non ce ne sarà per nessun altro stasera. Seguono gli Expirano, band che due anni fa mi aveva fatto innamorare della loro musica tanto da aver consumato il loro CD. Stasera si esibiscono con l’aiuto di una voce femminile, Miriam e di Fuso ai sampler. L’inizio non è però felice, un problema tecnico fa interrompere il primo brano e un po’ di irritazione della band compromette il resto, li ho sentiti più tesi rispetto a come me li ricordavo. I brani presentati, se non faccio errori, erano quasi tutti nuovi e la voce di Miriam certo dà luce in più al pop beat sixties presentato con i loro testi solo all’apparenza semplici che invece son delicati come un disegno a matita e soffici come le loro melodie. ‘Meglio Ieri’ il brano che mi ha convinto di più. Unica pecca, per me, l’aver voluto eseguire la cover dei Velvet Underground, ‘Femme Fatale’, pur sapendo di avere solo mezz’ora di tempo e quindi tagliando un inedito che avrei gradito di più. Peccato. Ancora Monopoli presente sul palco con l’arrivo di Uross, cantautore “storico” di queste parti. Due anni fa mi aveva convinto poco, mentre oggi, pur non riuscendo ancora a da apprezzare il cantato e le liriche, devo dire di aver gradito molto le lunghe parti strumentali elettro low-fi. La parte rumorosa è quella che gli riesce decisamente meglio e credo ne sia convinto anche lui. Thumbs up questa volta. Faccio una pausa, uno sguardo alla spensieratezza di chi è venuto qui stasera e mi piace constatare la numerosissima presenza di passeggini, famiglie di ogni età, segno che quesi tre giorni sono vitali per questa città, per ogni generazione. Penultima band ad esibirisi prima del gran finale i Fabryka da Bari. Nico, mente dei Two Left Shoes, mi aveva detto di tenerli d’occhio e aveva ragione. Il loro è un twee dream pop come quello di Camera Obscura, Veronica Falls o per tornare più indietro Talulah Gosh. Presentano anche il CD in uscita a settembre e regalano il promo di tre pezzi che chiedono però di passarlo di mano in mano, di amico in amico, scrivendo sul libretto, come i libri trovati sulle panchine, chi lo ha ascoltato e dove. Idea molto chamber pop appunto. Molto carino il concerto, con voce femminile a catturare l’attenzione, ritmi sostenuti, quasi mai lenti, melodie cesellate di voce e chitarre, tastiere soavi. Il pubblico apprezza, sopratutto la dinamicità della cantante e alla fine della serata molti sono i complimenti ricevuti. Piacciono molto anche a me, pur non essendo nulla di trascendentale. Purtroppo, anche questa serata per me termina qui, il mio neonato necessita della mia presenza e quindi a malincuore di nuovo non riesco a vedere e a racensire gli headliner, cioè Appino con Fast Animals And Slow Kids. Disdetta. Per sintetizzare il festival riporto le parole dei Wora Wora Washington: “ce ne fosse di gente su al nord, dalle nostre parti, con la passione di questi ragazzi nell’organizzare concerti”. Tutto semplicemente esemplare. All’anno prossimo, armati di picconi pronti a radere al suolo le case per trovare uno spazio. D’obbligo.

Dante Natale

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