Dinosaur Jr @ Qube [Roma, 30/Maggio/2006]

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Fino al momento dell’ingresso al Qube ancora non si era capito se a fare da antipasto all’attesa rimpatriata dei Dinosaur Jr ci fossero i Drones o i Dead Meadows o entrambi. Vedere però già pronti sul palco i sei mastodontici amplificatori di J Mascis e i quattro di Lou Barlow ha fugato ogni dubbio: stasera nessun gruppo spalla. Peccato, da quello che avevo letto in giro per la rete mi sarebbe piaciuto molto ascoltare sia il gruppo australiano sia quello di Washington, con un po’ di curiosità in più per i primi. Pazienza, sarà per un’altra volta. Per fortuna la serata è fresca e il locale non è pienissimo, premesse indispensabili per godere al meglio di un concerto. Nell’attesa, mentre si sorseggia una birrra improponibile, ci si guarda intorno per capire se nel pubblico c’è anche qualcuno che possa aver vissuto direttamente l’epoca d’oro dell’indie americano; sembra di no, tutti abbastanza giovani. Il premio del più bello lo vince comunque uno spettatore in giacca con alle spalle uno zainetto degli Slint. Bravo!

Introdotti da una canzoncina in stile “Le Iene” di Tarantino, ecco che finalmente entrano i nostri sbagliando scala e rischiando di trovarsi in mezzo al pubblico se non fosse per un addetto ai lavori che si precipita per avvertirli. La batteria di Murph diventa piccola piccola piazzata in mezzo al muro degli amplificatori, gli occhiali di Lou Barlow sono coperti dai capelli neri, che fanno a cazzotti con quelli bianchissimi di un J Mascis un po’ dimagrito dall’ultima volta che lo abbiamo visto all’Init ma ancora un po’ sovrappeso. C’è un qualcosa di familiare e dilettantistico nell’aria, una reunion della formazione originale senza troppe pretese, fatta genuinamente per ricordare i bei tempi andati e per farceli ricordare a noi con non poca nostalgia, molto rimpianto per quello che eravamo e un po’ di incazzatura per quello che siamo diventati. Un concerto come questo 15 anni fa mi avrebbe mandato in brodo di giuggiole, oggi mi lascia un non so che di inconcluso, ma non perchè siano cambiati i tempi, sono semplicemente cambiato io. E sembra che il trio di Boston (Amherst per la precisione) lo sappia benissimo e goda a farmi rosicare. Strano come la reunion dei Pixies (con cui i Dinosaur Jr hanno parecchi punti in comune a cominciare dalla provenienza) di due anni fa mi abbia fatto tutt’altro effetto: esaltato e commosso in quel di Imola, mi ritrovo ora inaspettatamente impegnato in un esame introspettivo sotto il bombardamento di sfuriate chitarristiche e devo dire che non è affatto male. Sin dall’inizio siamo spazzati via da un muro del suono veramente potente, anche troppo, visto che il volume altissimo costringe qualcuno a mettersi le dita nei padiglioni auricolari. La tracklist si basa soprattutto su estratti da pezzi dei primi due album, l’omonimo dell’85 e il capolavoro “You’re Living All Over Me” dell’87, ma anche con qualche incursione negli anni ’90, come ad esempio la bella e tuttora trascinante “The Wagon” da “Green Mind”, quando il gruppo oramai era costituito dal solo J Mascis. Il pezzo più atteso è ovviamente “Fury Little Things” che parte benissimo con l’urlo di Lou Barlow ma poi cala un po’ per colpa di un suono troppo impastato e poco nitido, sicuramente voluto ma che comunque costituisce il limite delle loro performance live a dispetto di una maggiore cura nelle produzioni da studio (ve l’avevo detto che ero cambiato, no?). Tra l’altro l’utilizzo di una sola chitarra riesce a riprodurre solo in parte il fascino e la raffinatezza nascosta che hanno i brani da studio e costringe il gruppo a puntare più sull’aspetto noise che su quello melodico ed è un peccato visto che la loro indiscussa importanza nella storia del rock è proprio dovuta all’intelligente e riuscita miscela di queste due componenti. Tra i pezzi più riusciti ci sono sicuramente “Forget The Swan” in versione dilatata e la sempre godibile “Freak Scene” suonata durante i bis. Il set è concluso probabilmente da una cover di un pezzo punk hardcore di un gruppo a me ignoto cantata da Lou Barlow e le nostre orecchie ci mettono un po’ per riprendersi quando parte a tutt’altro volume “The Boy With The Torn In His Side” che accompagna il pubblico all’uscita.

Daniele Gherardi

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