Dinosaur Jr @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Giugno/2008]

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Don’t forget to wear earplugs at the show! Questa la scritta, un po’ inquietante a esser sinceri, che ho trovato su un forum dedicato al Dinosauro: “non dimenticate di mettere i tappi per le orecchie al concerto!” Non so quanto quel consiglio fosse ironico o meno, considerato anche il bombardamento di decibel che la band è capace di creare: so solo che, di tappi, non c’è stato bisogno. Un po’ perché non ero esattamente tra le prime file, un po’ perché il volume era a livelli umani. E questo ha certamente giovato alla qualità dello spettacolo. I Dinosaur Jr. sono stati, insieme ai Sonic Youth, tra i gruppi più influenti degli anni ’80: il grunge tutto deve loro qualcosa, Nirvana in primis. Ma nella loro musica, una volta penetrata la nube radioattiva generata dalla chitarra di J. Mascis, si apprezza anche un certo gusto per la melodia e la malinconia. E il volume ben regolato del concerto ha contribuito a mettere in luce queste qualità.

Ma veniamo alla spettacolo. Al prossimo che mi dice che un gruppo punk e hard rock senza seconda chitarra non può conferire spessore al suono, gli suggerirò di farsi un giro da queste parti. Mascis è imponente nel modo in cui riesce a sostenere l’impalcatura melodica dei pezzi, sia in fase d’accompagnamento sia, soprattutto, nei suoi ormai celebri assoli. La sua imperturbabilità e compostezza sul palco sono bilanciate dalla prepotenza e dal protagonismo del suo personalissimo stile. Non si può dire che il leader sia tecnicamente un mostro (egli stesso, agli inizi della carriera, ammise che non gli riusciva facile suonare gli accordi! Tuttavia, il tempo è galantuomo e si nota un deciso miglioramento rispetto agli esordi), ma ha saputo foggiare una tecnica e uno stile assolutamente propri, irriproducibili. E questo è il metro per giudicare un vero artista. E poi la sua voce. Mascis ha un modo di cantare molto trasandato, trascurato, inadatto alle escursioni e ai virtuosismi. Eppure anche qui ha saputo modellare un timbro unico, riconoscibile al primo ascolto e perfetto per il genere: è davvero un’emozione ascoltare immutata la sua voce. Il chitarrista si occupa del cantato nella maggior parte dei brani, ben coadiuvato da Lou Barlow che, spesso e volentieri, grida piuttosto che cantare, infondendo un piglio metal al sound. Il bassista poi, ricopre, con grande umiltà ed efficacia, anche il ruolo di seconda chitarra: il suo basso, più che suonato, sembra sferzato, frustato, grazie anche all’uso degli accordi. Groove e accompagnamento in un sol uomo. E poi c’è Murph. Sembra un “Gargoyle” che martella come un fabbro. Nonostante l’aspetto pensionatesco, il batterista è precisissimo nel sostenere la tempesta sonica che si sta scatenando davanti a lui, e rappresenta l’autentico collante tra lo scontro di frequenze di Mascis e Barlow.

Il gruppo passa in rassegna principalmente i pezzi dell’ultimo, ottimo, ‘Beyond’. Si passa dai trascinanti stop and go di ‘Been There All The Time’, all’inquietudine di ‘Back To Your Heart’, cantata da Lou, fino alla malinconia elettrica di ‘Crumble’. Non mancano momenti speciali: in particolare, nell’esecuzione di ‘Pick Me Up’ e di ‘Gargoyle’ (dal primo, storico album), Mascis si lancia in un rito orgiastico, ubriacandosi/ci di assoli-fiume. La ripetitività diventa a tratti così ossessiva che si sfiora la psichedelia. Ma le occasioni in cui davvero il pubblico si fomenta e acclama la band di Amherst coincidono con l’esecuzione dei classici del passato. Proprio in apertura di concerto, i Dinosauri eseguono la memorabile ‘Feel The Pain’, e già si capisce che sarà un grande concerto. Poi si susseguono ‘Out There’ e la pazzoide ‘Little Fury Things’, un esempio di come si possa scrivere un pezzo dall’andamento imprevedibile e con continui cambi a sorpresa senza sforare i tre minuti. Un capolavoro. Due delle canzoni più attese sono ‘Repulsion’ e ‘Freak Scene’. La prima, sicuramente uno dei loro brani più trascinanti, è eseguita alla perfezione: il basso cupo e metallico di Barlow dà il via e la voce sorniona di Mascis ci conduce fino al gioiello del brano, il ritornello: “the world drips down like gravy, the thoughts of love so hazy, everyone’s ideal of fun, repulsion!”. E il pubblico ringrazia. La chiusura è affidata non a caso a uno dei brani più famosi, ‘Freak Scene’, eseguito al secondo bis. Era da tanto che aspettavo di ascoltare dal vivo questo brano, scanzonato e tiratissimo, uno dei miei preferiti. Forse l’aspettativa era troppo alta, ma ho avuto l’impressione che la band non vedesse l’ora di terminarlo il prima possibile: Mascis non ha fatto veri e propri assoli, ma si è limitato perlopiù a colmare d’effetti le sue schitarrate (alla fine del pezzo, poi, duole ammetterlo ma ha pasticciato un po’ quando ha tentato di far partire il feedback). Ciò non toglie che il brano sia risultato godibilissimo. Insomma, nonostante l’età e la storia alle loro spalle, J. Mascis, Lou Barlow e Murph hanno dimostrato di esserci ancora e di essere più vivi che mai, e di avere ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Un gran bel concerto.

Eugenio Zazzara

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