Dinosaur Jr. @ Blackout [Roma, 27/Maggio/2013]

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Serata fresca ma non freddissima per il ritorno in Italia dei 3 alfieri dell’alternative rock anni ’90, serata che si apre con il siparietto simpatico di aver incrociato Mascis e soci su via Casilina un’oretta prima dell’inizio del concerto che vagavano più o meno sperduti. Prendo il segno come un buon auspicio, e mi reco al Blackout. Sala piena ma non pienissima, età tendente “all’insù”, a dimostrazione che i Dinosaur Jr. hanno lasciato un segno nel cuore di una gioventù che probabilmente gioventù non è più, non è infrequente vedere capannelli di over 40 fin sotto il palco. Ora, l’introduzione era obbligatorio, ma dalla prima, primissima nota di ‘The Lung’ il muro sonico che si abbatte sulla sala è di quelli da sguardo annichilito, mani al cielo e testa che scoppia. Inutile analizzare pezzo per pezzo, inutile sottolineare la doppia tripletta spaccatutto ‘Don’t Pretend You Didn’t Know’-‘Watch the Corners’-‘Rude’ e ‘Feel the Pain’-‘Little Fury Things’-‘Start Choppin’’, inutile ricordare le due cover (‘Just Like Heaven’ dei Cure e ‘Training Ground’ dei Deep Wound) per capire appieno lo spirito dolceamaro di una adolescenza che non tutti hanno vissuto sul giro di ‘Freak Scene’ o sulla psichedelia marcia di ‘Sludgefeast’. Forse l’esemplificazione più corretta viene da un discorso sentito di sfuggita tra due giovani fuorisede, probabilmente universitari, probabilmente siculi, sul fatto che “alla fine come fai a immedesimarti in una band di ex-nerd americani, cioè meglio i *gruppo di synthpop italiano che va per la maggiore ultimamente*, almeno li puoi capire e ti senti coinvolto”. Senza voler dare giudizi su niente e nessuno, lasciatemi finire un report che di report non ha nulla, se non l’ennesima consapevolezza che tre ex-nerd americani hanno reso immortale il disagio di un gruppo di persone che forse, non li dimenticherà mai, con buona pace di tutti gli altri.

Salvatore Margutta