Dimartino @ Monk [Roma, 15/Marzo/2019]

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Era l’estate di sette anni fa quando scrissi il mio primo live report. Non erano i Tribes, band scomparsa ma mai dimenticata, eppure ero proprio convinto si trattasse di loro. Non erano nemmeno i Blur a Hyde Park che hanno invece segnato il mio esordio su questa amatissima webzine. Scavando in ordine cronologico nella cartella in crescita costante degli articoli a tema musicale, alla base dell’elenco c’è proprio Dimartino, scoperto con un live a Supersantos, manifestazione che si teneva all’aperto, in estate, nel quartiere di San Lorenzo. Scoprire artisti ascoltando per la prima volta i pezzi dal vivo è da sempre uno dei miei piaceri, tanto che in alcune occasioni ho preferito non documentarmi prima, sebbene avessi tempo e modo per farlo. Hai il brivido che solo l’ignoto può darti, ma in alcuni casi ci sono belle sorprese, e quegli artisti te li porti avanti nel tempo, ti accompagnano, sigillano momenti pessimi o decenti della tua vita. Intendiamoci, in altre occasioni va decisamente peggio e dopo dieci minuti che sei di fronte al palco ti maledici per non aver ascoltato quei trenta secondi di una canzone qualsiasi che ti avrebbero aiutato a capire che quella sera avresti dovuto passarla ovunque, ma non lì. Il caso di Dimartino, conosciuto appunto live, ai tempi della sua seconda fatica da solista, ’Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile’, titolo che peraltro ben rappresenta ogni mio legame rilevante degli ultimi, guarda caso, sette anni di vita, è uno di quelli con lieto fine. Acquisto del disco nella sezione Alternativa della Fnac, che come i Tribes e Supersantos è passata e dimenticata, almeno a Roma, presenza assidua ai concerti successivi e poi anche se sarebbe bello non lasciarsi mai, come lo stesso cantautore palermitano predicava, ci siamo abbandonati per quattro anni, quelli intercorsi tra il suo ‘Un Paese Ci Vuole’, disco pregevole che trae la sua ispirazione da ‘La Luna e i Falò’ di Cesare Pavese, e ‘Afrodite’, LP di quest’anno che vede sostanziali modifiche a livello di produzione. Il fatto che in cabina di regia ci sia Matteo Cantaluppi, già all’opera con Thegiornalisti ed Ex-Otago spiega molto sulla differenza tra questo lavoro e i precedenti di Antonio. Non c’è una netta svolta, i temi toccati sono i soliti, l’artista si interfaccia con storie di vita di tutti i giorni usando il consueto tocco magico di chi saprebbe emozionare pur leggendo la lista della spesa. È questa la sua forza, raccontare i suoi personaggi in cerca d’amore o di riscatto senza ricorrere alle banalità, ma più che altro mettendo in musica alcuni suoi ragionamenti sulla vita e le relazioni dei nostri tempi.

Il Monk alle 23 viene dichiarato sold out, le nuove leggi sul numero dei biglietti staccabili per i concerti sono molto severe e più di qualcuno è costretto a restare fuori, nonostante dentro, specie sul fondo, si stia belli comodi. Ci dispiace, visto che per questo veniamo privati dello scintillante duo che avevamo scelto come compagnia per la serata, ma su questioni di sicurezza non c’è da sindacare, ma soltanto pensare a premunirsi dei biglietti per tempo la prossima volta. Dimartino è uno ma sul palco sono in quattro, al suo basso si accompagnano tastiere, chitarra e batteria. Il look è cambiato rispetto agli esordi, i capelli non erano corti, ma ora sono diventati molto lunghi, una via di mezzo tra Gesù e un santone, che poi sono la stessa cosa. Un po’ di barba sul viso e una camicia scura con maniche arrotolate e molti bottoni slacciati per contrastare il caldo che proviene dal suo furore emotivo sul palco. La prima parte del set sarà quasi del tutto dedicata al nuovo ‘Afrodite’, uscito da poco ma già in grado di catturare attenzioni e applausi, come nel caso di ‘Giorni Buoni’, cantata a squarciagola dai fan. La voce del frontman non è impeccabile, abbiamo assistito a performance migliori, ma a noi piace anche per questo. Ben si associa ai suoi testi che non ricalcando stereotipi e parlando dell’imperfettibilità non sarebbero stati di uguale impatto se interpretati dal Coro dell’Angelicum. Il sound dei nuovi pezzi è meno legato alla nostalgia del passato remoto, ma più a quella degli anni ’80, tornati in gran voga per i nuovi musicisti italiani che hanno preso da quegli anni le giuste basi per i loro testi, ed in questo caso la produzione di Cantaluppi si sente eccome. I pezzi nuovi negli arrangiamenti live saranno leggermente diversi rispetto a come suonano nel disco, ma non per questo meno apprezzabili. Sul finale non mancheranno i grandi classici, che poi sono i pezzi che ce l’hanno fatto conoscere e apprezzare. Da ‘Non siamo gli Alberi’ che stuzzicherà il singalong e chiuderà la scaletta regolare, fino all’encore che verrà aperto con ‘Venga il tuo regno’, seguita dalla più recente ‘Niente da dichiarare’ che affronta il tema della libera circolazione degli uomini, nonostante i confini, e il finale con ‘Amore Sociale’, così rappresentativa di una certa italianità da fare quasi male. È stato bello di nuovo, ora dobbiamo lasciarci almeno per un po’, perché abbandonarsi ogni tanto è utile, a patto che prima o poi ci si ritrovi.

Andrea Lucarini