Dimartino @ Lanificio 159 [Roma, 31/Gennaio/2013]

640

Non sappiamo se la scelta di programmare il live di Dimartino in un giovedì sera sia stata una casualità oppure il frutto di un attento ragionamento, ma di certo il suo pubblico, composto nella stragrande maggioranza da studenti universitari, non avrebbe saputo scegliere un giorno migliore per inserirlo nel proprio calendario di eventi. Ci troviamo così davanti a quello che consideriamo uno degli artisti italiani più sottovalutati, da noi scoperto casualmente quest’estate quando sul palco di San Lorenzo Estate faceva da spalla al suo mentore (e produttore) Brunori. A differenza di sette mesi fa, quando il live fu soltanto una sorpresa positiva, stavolta ci presentiamo di fronte al palco con le aspettative che solo chi conosce la sua intera (per quanto breve) discografia può avere. Dopo un’attesa che sembra non finire mai, per l’assenza di una band di spalla e di sigarette da fumare, qualche minuto prima delle 23 sale finalmente sul palco Antonio Di Martino, voce e chitarra, seguito dal batterista Giusto Correnti e da Angelo Trabace, new entry che ha preso il posto di Simona Norato alle tastiere. L’apertura è, come di consueto, affidata a ‘Venga il tuo regno’, brano che a nostro parere rappresenta lo zenit creativo della produzione passata, presente e probabilmente futura della band. La scelta di giocarsi uno dei pezzi forti in apertura non convince, visto che il pubblico è in parte ancora contratto ed in parte impegnato a prendere posto, di ritorno dalla terrazza con vista sull’Aniene in cui molti hanno atteso l’inizio del concerto. Dopo l’apprezzata ‘Cambio idea’ si arriva a ‘Cartoline da Amsterdam’, brano in cui aspettiamo bonariamente al varco i tre palermitani, visto che la particolare struttura della musica e del cantato fa sì che basti una lieve sbavatura per fare figuracce. Ciò non avverrà, lasciandoci a bocca aperta come un vigile urbano che ci fa accostare mentre siamo in viaggio con la nostra auto, ma non riesce a trovare nessun pretesto per rovinarci la serata con una multa. E’ con ‘Maledetto autunno’ che i presenti inizieranno a lasciarsi andare, accompagnando coralmente il cantante siciliano che tra il pubblico può annoverare numerosi conterranei, come egli stesso non dimenticherà di ricordare. ‘Ho sparato a Vinicio Capossela’ pone un po’ d’ilarità sui volti dei presenti, spesso spinti alla risata dallo stesso Dimartino, il quale tra un brano e l’altro dà sfoggio della sua ironia, ricordandoci quel compagno di classe chiacchierone e battutaro che poi siamo stati fino alla conclusione della nostra carriera universitaria. I richiami all’era scolastica prendono il sopravvento nelle liriche della maggior parte dei brani, visto che i riferimenti a maestre, professori, banchi ed università sono così numerosi da farci pensare che l’età dell’oro, in cui i soli pensieri sono interrogazioni ed esami, sia stata superata con difficoltà dal cantautore. Forse proprio per questo esclusa l’originale abilità di comporre canzoni d’amore non banali, il principale talento dell’artista palermitano è proprio quello di raccontare gli studenti preda di crisi di identità e mancanza di volontà. In quest’ottica ‘Non ho più voglia di imparare’ si erge a manifesto per i 58.000 ragazzi che, dato di questi giorni, hanno rinunciato a continuare gli studi universitari nel corso degli ultimi 10 anni, “tanto a cosa mi serve”?

‘Cara maestra’ viene invece proposta con un nuovo arrangiamento che pone l’accento sulla capacità dei tre musicisti di sperimentare con successo. Il pezzo originale è stravolto e finisce per ricordarci da vicino una delle produzioni di Alberto Camerini. Non sarà l’unica volta in cui gli “spettri” del passato della canzone italiana faranno capolino, come ad esempio accade in ‘Cercasi Anima’, quando qualcuno intorno a noi si chiede se per caso non si tratti di una cover di Rino Gaetano. Nel mentre notiamo un ragazzo intento ad appuntarsi frasi tratte dai brani, che probabilmente nei prossimi giorni posterà su qualche social network spacciandole per sue, per un pugno di like. D’altronde la forza di Dimartino è proprio questa, saper conquistare l’ascoltatore con frasi spot che rimangono in testa, fanno ragionare e riescono a far passare concetti anche ampi senza dilungarsi, distendendo il tutto su un tappeto musicale che sfidiamo a non considerare gradevole. Dopo 14 brani, eseguiti in poco più di un’ora, è il momento della solita farsa dell’uscita di scena che di lì a brevissimo porterà agli encore, i quali partiranno con ‘Noi non siamo gli alberi’, da noi considerato un potenziale successore dell’inno di Mameli visto che in musica raramente si ascoltano frasi capaci di mettere d’accordo un popolo come “Io odio immensamente le Ferrovie dello Stato”. Si prosegue con ‘Parto’, brano talmente malinconico da costringere Dimartino ed i suoi a continuare a suonare per non salutare il pubblico lasciandolo con un velo di tristezza addosso. Arriverà allora la vivace e Moz-friendly ‘Macellare è lecito’, canto di protesta contro la città di Palermo, dove secondo il frontman la barbara attività di macellazione tocca livelli molto elevati. La chiusura è con ‘Poster di famiglia’, brano che consiglieremmo come punto di partenza ad ogni lettore interessato a scoprire questo cantautore dal gusto musicale talmente fuori moda da essere riuscito a tornare attuale.

Andrea Lucarini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here