The Dillinger Escape Plan @ Circolo degli Artisti [Roma, 2/Maggio/2012]

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Ma perché ci ho messo tanto? Perché ho aspettato quasi una decade per assistere a un concerto dei Dillinger Escape Plan? Perché? Ho letto e sentito per anni di concerti da opener in cui hanno bagnato il naso ai protagonisti dalla serata o di loro serate costellate da problemi tecnici e risolte con incredibili set in mezzo al pubblico, perché ci ho messo tanto? Dovevo proprio aspettare che venissero a suonare dietro casa?

Vado di frasi fatte: potranno non piacere i loro dischi, urlano troppo, è solo rumore. Però questi restano ancora la “band più pericolosa del pianeta” e, probabilmente, la migliore esperienza dal vivo. C’è bisogno di musicisti come loro, peraltro tecnicamente ineccepibili, che si mangino il palco, lo aggrediscano, stordiscano il pubblico senza soluzione di continuità, abbattano e calpestino la quarta parete del palco, quella che divide chi sta sopra da chi sotto. Per loro sarà routine? Saranno solo pose? Solo cazzonaggine? No, io credo nella loro sincerità, del resto, pur con tutte le evoluzioni del caso, qui la base è hardcore, con tutta la sua filosofia. Io a Greg Puciato, nonostante la sua impressionante possenza, avrei tanto voluto dargli un abbraccio, come quelli che lui ha elargito al pubblico, a più riprese.

Qualcuno, non ricordo chi, suggeriva di cercare di assistere sempre alle ultime date dei tour, con gli artisti più liberi e la possibilità di prendere parte a concerti davvero memorabili. Bene, questa è l’ultima data di questo tour dei Dillinger Escape Plan ed è stato un grande concerto. Del resto, iniziare con ‘Panasonic Youth’ è già quasi un colpo da ko. Io e il socio Emanuele, decidiamo di restare per il momento a metà sala mentre là davanti succede di tutto, gente che scavalca tranquillamente le transenne e si lancia dal palco, in alcuni casi è lo stesso Puciato a raccogliere gli aspiranti tuffatori e a rilanciarli tra il pubblico per furiosi stage diving, poi si lancia lui stesso e non lo si vede più, penso abbia abbattuto tutti i malcapitati kids che avrebbero voluto sorreggerlo.  Ad ogni suo urlo vedi anche a distanza che gli si gonfiano tutte le vene di quel collo che pare la base di un platano. Incurante di ogni pericolo, si avventa addirittura in una furiosa sfida a… morra cinese con un ragazzo in prima fila (sempre continuando a cantare), uscendone sconfitto. Gli altri, Weinman, Wilson e Tuttle, sono schegge impazzite, il palco del Circolo pare fin troppo piccolo per contenerli. Soprattutto Ben Weinman, che più volte fa roteare la chitarra, salta sugli amplificatori con balzi enormi fino ad arrivare a suonare in piedi sul pubblico. Rymer alla batteria non lo si vede ma lo si sente e molto.

Approccio fisico impressionante a parte, non può non stordire la straordinaria perizia riposta in brani furiosi e senza respiro, le tempestose miscele di hardcore, metal e strutture jazz come ‘43% Burnt’, ‘Sugar Coated Sour’, o quelli della produzione più pregna di linee melodiche degli ultimi due dischi, tra cui spiccano ‘Milk Lizard’, ‘Gold Teeth On A Bum’, ‘Black Bubblegum’, come apice una esaltante ‘Hollywood Squares’: Puciato non è Mike Patton (che prestò la sua voce per l’EP ‘Irony Is a Dead Scene’) ma ne esce bene e il pubblico canta/urla a gran voce tutto il testo. Io e il socio Emanuele decidiamo che è ora di scatenarsi e ci spostiamo sotto al palco: si sente decisamente meglio (soprattutto la voce) e finalmente “viviamo” un concerto dei Dillinger Escape Plan così come deve essere. Puciato sembra ancora più enorme. Su ‘Sunshine The Werewolf’ tende una mano ai ragazzi, un invito a invadere il palco: mentre scavalco la transenna m’arriva una manata al volto, lieve quel tanto che basta per far volare i miei occhiali, attimi di panico sufficienti a impedire di godermi come avrei voluto un finale delirante, con il palco pieno di gente, tutti stretti intorno a Puciato, mentre un Weinman dagli occhi spiritati dà fuori di matto e distrugge la sua ESP contro la transenna, un fan lesto si appropria del body e sparisce. Mentre continuo a convincermi che avrei ritrovato solo qualche frammento dei miei occhiali, la band esegue come ultimo brano ‘Farewell, Mona Lisa’, Puciato ne approfitta per sventolare una bandiera targata Dillinger Escape Plan, passatagli da un fan finlandese, con cui avrò modo di scambiare quattro chiacchiere dopo il concerto, per poi restituirgliela e porgergli pure il microfono per cantare per alcuni secondi, continuando a stringere mani qui e là e resistendo ancora ai tentativi dei ragazzi sotto al palco di portarlo fra/su di loro. Poi è un’ovazione e solo un coro, “Dillinger! Dillinger!”. Ma niente, non tornano più, eccetto Weinman e Rymer che lanciano magliette e bacchette, contese con scene a dir poco raccapriccianti. Sarà stato l’entusiasmo della prima volta ma io davvero cerco di immaginare cosa potesse essere dal vivo questa band circa una decina d’anni fa, quando li scoprii ai tempi di ‘Miss Machine’, se oggi sfoggiano prestazioni del genere. In quanto a me, una voce richiama la mia attenzione: “Aò, di chi sono ‘sti occhiali?!”, mi giro, aspettandomi di trovare un ammasso informe di fu lenti e montatura. Sono ancora interi, praticamente senza danni. Per un attimo penso di rimanere vicino al tour bus solo per farmeli autografare o almeno avere un marchio “sopravvissuti a un concerto dei Dillinger Escape Plan”. Poi m’incammino, penso proprio che con Puciato e soci ci rivedremo.

Piero Apruzzese

3 COMMENTS

  1. Ciao, senti avrei urgenza di parlarti. Potresti aggiungermi su messenger? sono avvenuti ei fatti gravi quella sera e sto cercando di ricomporre il puzzle. hashkey@hotmail.it percaso hai facebook? Ti scongiuro aiutami se ti è possibile.

  2. Sul serio, che è successo? ero lì ma non ho notato nulla di strano (oddio, relativamente allo stare a un concerto dei Dillinger!)

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