Die! Die! Die! + Laurel Halo @ Circolo degli Artisti [Roma, 8/Novembre/2012]

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Capelli lunghi sulle spalle quasi si fosse guardata allo specchio con la generazione della madre. Ma nel Michigan, ad Ann Arbor, i figli dei fiori erano certamente in minoranza rispetto ai selvaggi che sparavano musica “rumorosa” a voltaggi fino ad allora quasi impensabili. Eppure Ina Cube aka Laurel Halo sembra arrivare direttamente da una comune californiana, con i vestiti palandrana e le collane fiorite al collo. Sembra, perchè viene tutto cancellato quando la 25enne accende in loop i suoi multitracce, le sue macchine, quelle diavolerie che partono dalla testa e pulsano fin dentro la cassa toracica. 25 anni tutti candidamente dimostrati, residente da tempo nell’artistoide Brooklyn, compagna di quel Daniel Lopatin (fresco di collaborazione con Tim Hecker) che un giorno si fa chiamare come l’anagrafe l’ha fatto e un altro con l’evocativo pseudonimo Oneohtrix Point Never. Dopo tre EP frastagliati in piccole etichette a fine maggio Laurel si è presa l’onore e il lusso di debuttare dentro casa Hyperdub (label “gestita” da Kode9 con in casa Burial, King Midas Sound e Darkstar) grazie ad un album – ‘Quarantine’ – che non mette a fuoco le reali potenzialità che dimostra invece di avere quando sola-soletta sale sul palco di un club praticamente deserto (siamo in 17 allo start). Non c’è traccia del Giappone di Makoto e delle “Harakiri Schoolgirls” (si ritorni all’artwork dell’album) nell’approccio e nel sound dell’ibrido sonoro che la ragazza impasta accompagnata alle spalle da un anonimo video. “Living in a city you’re in this constant state of sonic manipulation”, tutto vero, l’adolescenza detroitiana rivive senza mezzi termini e si fonde liquida, penetrante, in un flusso continuo di isolamento e coinvolgimento, stati d’animo cerebrali che sembrano essere stati temporizzati tanto appaiono in sincrotecnologico. Movimenti d’onda e astrazione. Bravissima. (guarda video)

Il tempo di guardarsi attorno e constatare un pochino più di affollamento e il giovane trio neozelandese all black fa il suo ingresso in campo. Otto anni di esistenza, quattro album, correlazioni all’esordio con Steve Albini, fedelissimi a rimarcare le origini di un sound che dalla loro città – Dunedin, l’Edimburgo del Sud – ha visto nascere dalla spuma del mare perle come The Chills, The Clean, The Verlaines, The Bats, Sneaky Feelings finanche gli Straitjacket Fits. Ma c’è di più. Alla base del tagliente post punk dalla marcata connotazione noise ci sono due band che andrebbero riscoperte in semi-toto se non in toto totale che rispondono al nome di The Dead C e Bailter Space (potete anche chiamarli unendo i due nomi: Bailterspace). Formazioni ancora vive e vegete (il recentissimo album dei BS è un razzo nel culo da provare almeno una volta nella brevevita) che hanno certamente plasmato il cuore da musicisti dei nostri protagonisti. Un’orgetta di quasi un’ora in cui senza troppi fronzoli i Die! Die! Die! tagliano l’aria a colpi di quella urgenza che molti sbarbati colleghi vorrebbero tanto avere da mostrare all’occorrenza, mischiando di continuo melodie svitate e ruvide concessioni ai Fugazi e al post-hardcore, gettandosi grondanti sudore e sangue metaforico sotto un palco spazioso che fa fatica anche solo a creare un capannello festante (guarda video). Brevità e implicante attitudine, voce/ch+bs e una batteria essenziale illuminata dal nirvanesco (faro) Dave Grohl, tensione senza defaticamento. Sfrenati e resi licenziosi da una terra lontanissima ed inesplorata almeno nell’immaginario comune che permette di mantenere intatta la propria rabbia, la propria voglia, le proprie radici. Selvaggi e contenti. (guarda video)

Emanuele Tamagnini