Die Antwoord + Dub FX @ Villa Ada [Roma, 25/Giugno/2013]

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Io mi ero preparato psicologicamente alla serata. Mi aspettavo che i Die Antwoord seminassero il panico. Ero sicuro che Dub FX avrebbe conquistato il pubblico di quella stupenda cornice concertistica che è il laghetto di Villa Ada. Ma sarà la libertà post-esame, sarà la tanta gente accorsa per il concerto (tantissimi non-italiani, peraltro), sarà che c’era voglia di godersi lo spettacolo… ma non avrei mai pensato di divertirmi così tanto con i sudafricani più malati che la storia ricordi e con un australiano che parla divinamente italiano con accento toscano. Nonostante fossi partito con largo anticipo e dopo aver effettuato vari giri di Peppe per i Parioli in cerca prima dell’entrata azzeccata del parco e poi di un parcheggio inventato, riesco ad entrare soltanto quando Dub FX è già on stage da qualche minuto, davanti ad una platea nutritissima ed attenta. Davvero una marea di gente, stipata sotto il palco posto nelle immediate vicinanze del laghetto del secondo parco più grande di Roma. La venue è organizzata molto bene, nonostante un po’ di tempo perso in fila. Per fortuna, Benjamin Stanford (vero nome di Dub FX) ha molto tempo a disposizione e ci delizia col suo mix azzeccatissimo di reggae, hip-hop ed elettronica assortita, interamente realizzata con live looping, pedali e beatbox, saltuariamente coadiuvato da un rapper molto capace. Fa strano vedere uno street performer come lui su di un palco così grande, ma l’artista australiano offre un’ottima esibizione live che, soprattutto, riesce a far divertire e ballare il pubblico presente, tra cui un fomentatissimo Roy Paci. In tanti, peraltro, sono accorsi appositamente per lui e non sono rimasti delusi dal suo concerto. Tra pezzi più tranquilli ed altri “a palla”, come più volte li ha descritti lui, la performance di Dub FX scorre via che è una bellezza e prepara nel migliore dei modi l’arrivo dei sudafricani. Promozione a pieni voti per un’artista molto capace e di grande simpatia.

Sono da poco passate le 23 quando il palco, ormai attrezzato al meglio, è pronto ad accogliere i Die Antwoord, uno dei progetti più chiacchierati ed apprezzati degli ultimi anni. Quello che da lì in poi ci terrà compagnia per un’ora piena è uno degli show più grezzi ed ignoranti a cui mi sia mai capitato di assistere. Un gigantesco fantasmino con un enorme fallo in mano, sullo sfondo la proiezione costante di video malatissimi ed inquietanti. Si comincia con un’intro invero lunga, a metà strada tra cori religiosi (si percepiscono parole latine in più parti) e musiche alla “Eyes Wide Shut”, che fa poi strada al trio sudafricano. Incappucciati in tonache rosse tamarissime, salgono on stage Ninja (un Keith Flint in salsa Afrikaans), Yo-Landi Vi$$er (inno vivente al camel-toe) e DJ Hi-Tek (del quale non vedremo mai il viso ma dalla mole tipica di un wrestler particolarmente ingordo). Ad accompagnarli, due ballerine che hanno fatto dello “shake that booty” la loro filosofia di vita. I sudafricani sanno come far attirar l’attenzione su di loro, questo è innegabile. Ai Die Antwoord i brani non mancano, peraltro. La loro unione trash di hip-hop ed elettronica da rave anni ’90 è ottima e, soprattutto, fa ballare e saltare come poche. Per carità, i Death Grips nello stesso ambito sanno fare tutto qualitativamente molto meglio dei sudafricani, ma il trio di lingua Afrikaans ha dalla sua un’insana e malata attitudine all’ignoranza fatta musica che è “piacere” per orecchie e corpo. Uno spettacolo kitsch, il ricettacolo compiuto di quanto di trash abbia saputo offrire il mondo musicale nell’ultimo ventennio. Su ‘I Fink U Freeky’ viene letteralmente giù Villa Ada. C’è da dire, poi, che Ninja e Yo-Landi non si risparmiano nel rendere l’esibizione fisica, con il primo più volte intento a lanciarsi sulla folla. Un’ora circa, densa ed impegnativa, in cui è impossibile star fermi. Alla fine, dopo il bis di rito, i sudafricani si prendono i meritati applausi sciorinando inchini a destra e a manca. Resoconto della serata: avevo due bracciali, uno adesso è perso chissà dove e l’altro è praticamente diventato un frontino per capelli (cascando decisamente male col sottoscritto). Al di là del giudizio musicale in sé – non stiamo parlando della band della vita e sicuramente non sono maestri dell’originalità – se vi capitano sotto mano non lasciateveli scappare. La fisicità di Ninja e la vocina da bambina in corpo da donna di Yo-Landi vi faranno trascorrere una serata cattiva e non vi faranno dormire la notte. Della serie: ciò che conta è saper tenere il palco.

Livio Ghilardi

Foto: Hillel Zavala

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