Diasporas @ Auditorium [Roma, 10/Ottobre/2019]

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La 34esima edizione del Romaeuropa Festival presenta un focus di tre serate dedicato all’esplorazione dei suoni di confine tra Africa e Occidente. Una continua ricerca del perfetto equilibrio tra gli aspetti culturali e sociologici derivanti dal nomadismo, frutto delle migrazioni spesso forzate dei popoli africani e dei loro discendenti. I figli della diaspora hanno l’urgenza di mantenere le proprie caratteristiche culturali e di cercare di fonderle con quelle dei paesi ospitanti. Questa la loro identità artistica. Una capacità che rappresenta il vero catalizzatore espressivo da parte dei suoi interpreti. Una miscela tutt’altro che scontata, dalle molteplici forme musicali, in grado di sublimare sia la contemporaneità del linguaggio, che le suggestioni degli elementi tradizionali. Una sana vocazione al rispetto del passato nella ricerca del futuro, vivendo un presente da protagonisti nella continua testimonianza della propria consapevole attitudine. Quello di ieri sera è il primo di questi appuntamenti e vede la Sala Petrassi, ospitare il doppio concerto di Alsarah and The Nubatones e J.P. Bimeni & The Black Beats. I due progetti sono formati da artisti che di fatto sono rifugiati politici e che altrove hanno trovato nella musica la strada da percorrere, portando sempre con sé quell’enorme bagaglio di vita vissuta.

Alsarah è stata costretta a fuggire giovanissima con la famiglia, prima da un colpo di stato militare in Sudan e poi dalla guerra civile nello Yemen. Ha raggiunto l’America e si è stabilita in Massachusetts dove si è laureata in etnomusicologia alla Wesleyan University, grazie anche agli studi sul campo, che l’hanno riportata di nuovo a stretto contatto con il Sudan e l’Africa Orientale. Molto attiva sul fronte dei diritti civili, ha partecipato a “Beats of the Antonov”, produzione tutta africana che, raccontando lo strazio della guerra civile sudanese, ha vinto il premio come miglior documentario al Toronto International Film Festival nel 2014. Autrice e compositrice, ha fondato con la sorella Nahid i Nubatones nel 2010, imponendosi come una tra le realtà più interessanti del retro pop contaminato di matrice africana. La loro musica è caratterizzata dai testi cantati in arabo sudanese e dall’uso di strumenti tradizionali, oltre alla contaminazione con l’immaginario culturale e mistico egiziano e un rigoroso studio accademico. Hanno inciso due album: “Silt” nel 2014 e “Manara (The Lighthouse)” nel 2016. Entrambi seguiti da dischi con le versioni remix dei brani affidate a diversi DJ e producers. Ad accompagnare il canto e le melodie delle due sorelle ci sono: Mawuena Kodjovi al basso elettrico e ai cori, Brandon Terzic all’oud (tipico strumento arabo acustico a corde) e Rami El Aasser alle percussioni e ai cori. Nahid oltre alle classiche piccole percussioni come shaker, ovetti e legnetti, avrà di fronte anche un laptop e una tastiera. Alsarah è l’ultima a raggiungere il palco, ma conquista subito la scena. Indossa un vestito africano tipico, abbastanza attillato, bianco e blu. I capelli corti schiacciati sulla nuca. Si mostra subito molto affabile, dice che stanno girando un video della serata e invita tutti a partecipare e a lasciarsi andare. Il richiamo a ballare e ad accompagnare la musica con il battere delle mani a tempo, sarà un invito frequente durante la performance. Parla molto e i suoi speech di presentazione dei brani sono assolutamente politici: lo status di rifugiato, il concetto di casa come stato mentale, l’uso di lingue differenti, il richiamo a Nubia, l’attraversamento del mare e del Sahara. Ma c’è sempre una grande positività di fondo nei gesti e nelle parole e la forza che la pervade è palese. Mostra tutto il carisma che possiede e non è un caso che la prestigiosa rivista Ok Africa l’abbia inserita tra le 100 donne più influenti al mondo. Musicalmente il suono della band è avvolgente, una sorta di mantra desertico e suggestivo, con cambi di ritmo e di tempo. Gli incastri vocali sono molto efficaci, così come l’interplay tra loro stessi e con il pubblico. Gli strumenti sono valorizzati sia nella costruzione dei brani che nell’arrangiamento e i musicisti si divertono visibilmente, contagiando con facilità tutta la platea. La scaletta pesca soprattutto nell’ultimo lavoro, ma non in maniera esclusiva, lasciando spazio a un paio di cose nuove e a qualche ripescaggio del primo disco. Una performance ispirata e assolutamente notevole. Complimenti.

J.P. Bimeni è da considerarsi un vero e proprio sopravvissuto: discendente di una famiglia reale burundese, ha lasciato il suo paese all’età di 15 anni durante la guerra civile ed è scampato a ben tre attentati prima di ottenere lo stato di rifugiato nel Regno Unito. Una credibilità artistica conquistata a forza di numerose partecipazioni a live e jam sessions nel cuore di Londra. Ma è solo grazie a una trasferta in Spagna che viene notato dall’etichetta di settore Tucxone Records e lanciato sul mercato. Viene considerato una nuova stella del Soul, anche grazie a una voce calda assolutamente a suo agio sia negli episodi più tirati, che nelle ballate più struggenti, scomodando all’ascolto persino l’ostentato epigono con sua maestà Otis Redding. Un buon disco all’attivo dal titolo “Free Me”, che ha attirato l’attenzione anche di Jovanotti, che lo ha voluto sul palco del suo Jova Beach Party. A sostenerlo una band dall’ottimo appeal e dal groove cristallino, chiamata The Black Belts e formata da: Rodrigo Diaz alla batteria e alle percussioni, Pablo Cano al basso, Fernando Vasco alla chitarra e ai cori, Alex Arraga alle tastiere e ai cori, Ricardo Martinez alla tromba e Rafael Diaz al sassofono. Bimeni è alto dinoccolato, indossa una camicia bianca, con pantalone e straccale nero. Sfoggia pose e movenze d’ordinanza, una voce inappuntabile e ottima capacità d’interazione con il pubblico. Settanta minuti di grande energia senza una minima sbavatura. Va dritto al punto e la band non fa una piega. Il ritmo è alto e le buone vibrazioni che si propagano fanno muovere tutti sulla propria seduta e liberano il clapping. Oltre al disco d’esordio viene eseguita qualche cover, tra cui spicca un’eccellente “Keep On Running”. Nei bis tutti in piedi a ballare. Nulla di nuovo certo, ma di un’intensità impressionante. Grande serata.

Cristiano Cervoni

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