Diamanda Galás @ Teatro Manzoni [Bologna, 11/Marzo/2016]

1383

Diamanda affiora dal fondo, lentamente, verso la ribalta di un palco immerso nel buio, adorno di un leggìo, un pianoforte e poco altro. Alle sue spalle, un paio di scale metalliche. Intorno a lei, alcuni faretti. Tra i capelli, piccoli ciuffi rossi. Fine. In sala, maschere d’ogni tipo. Vampiri belli e vampiri  gonfi, filiformi e sfioriti. Esistenzialisti appena sbocciati. Templari mancati. Ancelle in lattice d’ogni forma e stagione. Ordinari, insospettabili brizzolati incravattati. Tutti pronti a ingaggiare il duello. La danza con la musa corvina. La lupa mannara. La luna scarlatta. Fila per fila. Trincea per trincea. Metro per metro. Tutti, sospetto, impazienti di arrendersi. Naufragare. Ingoiare ogni lacrima. Bere fino all’ultima stilla dell’amaro, salvifico calice. Che la sacerdotessa, si sa, anche stasera verserà nel Graal di ogni astante. Li distribuivano proprio all’ingresso, mi pare. Insieme al kit di ostie al fosforo. Il libretto di salmi pagani. Le siringhe con gli aghi di zucchero. Le scatolette di pillole e redenzione. Le boccette di confetti al cianuro. O forse no. Nulla di tutto questo alla soglia del tempio. Ma poco importa. Perché il concetto non cambia. Perché la Galás, in fecondo, errante cammino umano ed artistico da decenni, giunta al giro di boa dei sessanta, questa sera, mi ha davvero, davvero stregato. E non è la primissima volta che la vedo. E non mi serve far paragoni col passato. E non m’importa nulla della scaletta. Sì, l’ha fatta ‘Supplica a mia madre’. ‘Gloomy sunday’. ‘See that my grave is kept clean’. Sì, ha cantato in tedesco. Francese. Greco. Italiano. Ovvio, ha regalato qualche pinnacolo vocale a mezz’aria stupefacente. Certo, ha mesmerizzato l’auditorium intero, ancora, e ha fatto sorridere nel ringraziare da cuore a cuore la platea in un italiano stentato degno del grammelot di Salvatore ne ‘Il nome della rosa’. Ma la cosa che più mi ha colpito è il magnetismo di questa nuova era, a suo modo più misurato ma, in realtà, più seducente, spaventoso, mortifero e illuminato che mai. Meno sclerotizzato, nervoso. Più dolce, papaverino. Un unico fiume denso e lento che trascina insieme nel grande Uno il blues di Hitler, la Via Crucis del mondo, e, in fine, il fiore bianco e invincibile della salvezza. Mescolando tutto. Precipitando e resuscitando tutto. Rendendo necessario il confronto e la convivenza di tutto. Il conflitto. La tesi e la sintesi. Per la vittoria della luce. Per la fine come nuovo inizio. Per l’amore faticoso e lontano, oltre la morte. Ma inestinguibile. E affamato di noi. Anche vocalmente, oramai, nella performance non c’è più soluzione di discontinuità. I pezzi hanno la loro identità, certamente. La performance, con agio estremo, gusto e padronanza si muove senza timore e pregiudizio tra canzone d’autore e canzone popolare. Musica sacra. Poesia. Ma una ballata transalpina può agghindarsi di sfumature mediorientali. Passare e tendersi sulle corde del grande nord. Rituffarsi nella chiarezza del Mediterraneo. Lo Ionio. L’Egeo. I campi di cotone. Le chiese Battiste. Affrontare tutto. Guardare negli occhi tutto. Per non fuggire da nulla. Attraversare l’abisso. Come l’unica via per non esserne rapiti.

Diamanda Galás, pronipote della Cavalieri in sulfurea declinazione e novella Callas, novella Medea dei nostri tempi bruni e cangianti tutto questo lo sa.  E anche stasera non ci ha risparmiato nulla. Spietatamente. Solo una Grande Madre che ama davvero saprebbe avvelenare e salvare i propri cuccioli così.

Giuseppe Righini