Diaframma @ Tambourine [Seregno, 4/Aprile/2009]

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Esordiscono nei primi anni ottanta insieme a gruppi come Neon, Litfiba e si affermano velocemente nel circuito e nel tessuto underground italiano. Definiti il braccio italiano di quell’onda new wave e post punk britannica nata tra le fabbriche e il grigiume di Manchester, i Diaframma si fanno conoscere immediatamente e vengono apprezzati sensibilmente dalla critica e dagli addetti ai lavori. Dal primo singolo (‘Pioggia’) risalente al 1982, la band ha sfornato più di venti album: la media di un disco all’anno. Non è il caso di aggiungere nulla di più sulle loro credenziali. ‘Il Dono’, album tributo (Marlene Kuntz, Tre Allegri Ragazzi Morti, Le Luci Della Centrale Elettrica, The Niro etc.), è senz’altro la degna consacrazione dei Diaframma a band italiana di culto. A questo progetto avrebbero dovuto partecipare anche i Baustelle, amici di Fiumani, se non fosse stato per lo sconsiderato rifiuto della loro etichetta discografica (Warner).

La line-up dei Diaframma è cambiata molte volte. Da consueta band si è passati a una “one man band” nel momento in cui Federico Fiumani ha cominciato ad interpretare e quindi cantare le proprie canzoni, oltre che a comporle e ad arrangiarle: una necessità espressiva e sicuramente un amore per il cantautorato di un certo tipo (Fabrizio De André, Paolo Conte) che lo stesso Federico non ha mai smentito. Questa sera è accompagnato da Lorenzo Alderighi al basso e da Lorenzo Moretto alla batteria.

Dopo una breve intervista con Federico, io ed Emanuele Contino usciamo dal backstage del Tambourine per assistere a i brianzoli ‘Guest’ (due chitarre più voce), che non sembrano risentire affatto della frenetica attesa del pubblico. Tra ballate e slanci psichedelici di pura improvvisazione ci inoltrano teneramente nel cupo e romantico mondo dei Diaframma. Direi bravi per il solo fatto che pare si sia trattato della loro prima performance live. Sono ormai passate le 23 ed il locale è stracolmo. Mentre Federico sistema i suoi due pedali di sempre e li connette alla Telecaster, facciamo tutti due passi avanti. Ci ritroviamo lì sotto, a mezzo metro da Lui, dal ricordo di come eravamo e dalla consapevolezza di come ancora siamo (inguaribili romantici decadenti). “L’Odore Delle Rose è una reazione chimica, se un giorno lo sapessi non l’ameresti più!” (‘L’odore Delle Rose’). Così ci saluta Federico senza troppi preamboli. Segue ‘Gennaio’. Il pubblico canta dietro le note di Federico, improvvisa cori e si esalta quando la batteria colpisce il rullante in levare e scandisce il titolo della canzone.  Seguono ‘Diamante Grezzo’, ‘Un Temporale In Campagna’, ‘Caldo’, ‘Voglio Andare A Vaiano’, ‘Blu Petrolio’, ‘Libra’ (citata anche da Enrico Brizzi in ‘Jack Frusciante è Uscito Dal Gruppo’), ‘L’Orgia’. Tra queste Federico ci regala anche un pezzo nuovo ‘Duramadre’ (almeno credo che così si intitoli il pezzo) che sarà inserito nell’imminente album in uscita ‘Difficile Da Trovare’ che, a differenza degli esordi, immagino sarà facilmente reperibile.

Una densità sinergica di emozioni riempie la sala del Tambourine. Non si fermano i Diaframma. Continuano pezzo dopo pezzo a suonare con pura verve punk rock riconnettendoci ai nostri vent’anni. I bis seguono sommessamente; quasi passano in secondo piano perché il pubblico è appagato e sa che la messa è finita ed è ora di restare in pace. Immediatamente partono le immagini del film ‘Control’ di Anthony Corbijn. Le sequenze in bianco e nero scorrono lungo le due pareti laterali del Tambourine. Attendiamo Federico. Si ferma a parlare. Lo salutiamo, ma soprattutto lo ringraziamo ancora per le parole spese in tutti questi anni, le storie che ci ha raccontato ed i consigli che ci ha dato con le sue canzoni e le sue poesie.

Federico, alias Diaframma, credo abbia raggiunto ormai il suo intento, auspicato in un intervista a Velvet nel lontano giugno del ’90, ossia di rendere ogni suo concerto una ‘messa sacra’, un evento per noi oltre che per lui stesso. Come accennavo in precedenza, si trattava e si tratta ancora di una sua evidente necessità espressiva. Niente di più. Non c’entra il Neosensibilismo, che qualcuno ha tentato di affibbiargli incautamente. Non si tratta di nostalgia, ma della sua capacità di saper dire di no per restare coerente con quanto di più adolescenziale è in lui rimasto.

Andrea Rocca

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