Di Martino + Dany Greggio @ Parco delle Terme di Fratta [Fratta Terme, 13/Luglio/2011]

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Bando alle ciance ragazzi. La macchina del tempo esiste davvero. Viva viva il dottor Emmett Brown l’invenzione del flusso canalizzatore. Soprattutto stasera. Anche l’autoradio, a modo suo, tenta di suggerirmi qualche indizio sulla natura di quel che mi attende trasmettendo uno speciale – con tanto di intervista a Tony Pagliuca – su Collage, l’album delle Orme appena entrato negli anta. Ma io fatico a cogliere. Colpa del caldo forse. Pazienza. Ormai siamo partiti e quasi giunti a destino. Sì perché stasera si fa un viaggetto di tre/quattro decadi e si parcheggia l’auto a cavallo dei tardi sessanta e dei primi settanta. E’ il tredici luglio duemilaundici e siamo in Romagna al parco delle terme di Fratta, proprio accanto al Grand Hotel. E c’è questo festival, Sorgenti Sonore, che ospita i concerti di Antonio Di Martino e Dany Greggio. Ma sembra davvero di essere in una sequenza di “8 1/2”. E ci credi. Ci credi come credi nei sogni e nel cinema fatto di autentico argento. Ed Wood, quello vero e quello di Tim Burton. Inception in bianco e nero. Comizi d’Amore. Uccellacci e Uccellini. Ma soprattutto tanto Fellini. Perché stasera Dany e Antonio sono in famiglia. Stasera si mescola tutto e nel caleidoscopio non si distinguono i padri dai figli, chi insegna da chi va a bottega. Mi guardo intorno. Seduto accanto c’è Piero Ciampi sornione. Due file più in là Luigi Tenco, placido e luminoso. Leonard Cohen che si mangia un gelato. Rino Gaetano gambe lunghe e braccia conserte. Alberto Fortis sorriso sgargiante e occhiali da sole. Lucio Dalla defilato e vigile. Bonzo Bonham, Greg Lake, Keith Moon, Nick Drake. E con loro molti altri. Son tutti lì in platea, allo specchio. A godersi lo spettacolo, applaudirsi e rimirarsi. Mescolati tra gli astanti, i villeggianti e i clienti delle terme amici di Mastroianni.

Primo Tempo.
Dany Greggio senza i suoi Gentlemen, in nuda e spietata solitudine, per un mini set all’arma bianca che non fa prigionieri sopra e sotto il palco. Bravissimo, in guerra così si fa. Una manciata di canzoni dall’album d’esordio, un inedito e la cover de L’Incontro, scritta da quel tizio di Livorno che aveva tutte le carte in regola. In questa veste scheletrica, ultra minimal e barricadera Dany mostra le ossa bianche delle sue canzoni davvero rare, del suo teatro di interprete antico e flessuoso, ballerino e anarcoide, del suo talento di autore riconosciuto e accolto nei dischi di La Crus e De Andrè Junior. In uno dei suoi pezzi più potenti, ‘Sisifo’, il lamento si trasforma in ululato vero e proprio che alcuni non comprendono. Ancora Snaporaz, stavolta a Studio Uno insieme a Mina e voilà, la pantomima è completa. Con buona pace per chi non la riconosce.

Secondo Tempo.
I Dimartino sono in tre e a volte sembrano cinquanta. Angelo Trabace e Giusto Correnti fanno capo ad Antonio Di Martino, cantante, bassista, chitarrista e autore. Ok, ok, c’è spazio anche per pianoforte, tastiere, batteria, piccole fisarmonichette, melodiche e chitarrine varie ed eventuali. Ma l’impostazione, in ultima analisi, è davvero ’70, basso piano e batteria. E davvero non si può dire che i ragazzi difettino in vitalità. La loro energia viene perfettamente miscelata a melodia e testi poetici, acuti e popular, che fanno dell’ironia un efficace stiletto. Una sorta di indie – nelle parole e nelle musiche – che paga comunque pegno alla tradizione cantautore più radicata. E sembra farlo non troppo malvolentieri. Un pastiche strano e interessante di provincia, metropoli e intimità apolide dei sentimenti. Tanta infanzia e tanta adolescenza coi pruriti dei primi baffi. Favole urbane, surreali e concrete al tempo stesso. E gran belle canzoni d’amore, questo va detto. Non mancano le covers, ben due: ‘Hobby’ di Tenco e ‘Sobborghi’, ancora dì quel Piero detto Litaliano. E poi un po’ di politica, di Albione, di Battiato. Ci sta. Bravi bravi ragazzi. Flashback, che per questa sera sarà perfetto finale. A metà set si alza un poco di vento e due ragazzi dell’organizzazione spostano il pannello che fa da sfondo al palco per evitare che seppellisca inavvertitamente il batterista, hai visto mai. E l’immagine che mi appare è davvero magica: foglie sul palco, luna nel cielo blu scuro e profondo, i capelli di Antonio spettinati e Dany che mentre gironzola nella sua giacca bianca e nelle sue spalle strette sembra proprio il Toby Dammit di “Tre passi Nel Delirio”. Sipario.

Giuseppe Righini

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