Devastations @ Circolo Degli Artisti [Roma, 22/Ottobre/2007]

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Una serie senza fine di sbadigli a stantuffo mi trascina mummificata dal freddo e dal sonno residuo al Circolo degli Artisti per la data romana degli australiani Devastations. Della loro produzione ho fatto in tempo ad ascoltare l’ultimo lavoro “Yes, U” sfornato dalla prestigiosa Beggars Banquet. A spingermi all’ascolto fu dapprima quel bel volto in alto a sinistra che saprò poi appartenere al cantante/bassista del trio, davvero fascinoso e, poi, i vari sottolink myspastici. E dunque al club io e altri 44 gatti scarsi curiosi e infreddoliti. Fa freddo fuori, a farmi compagnia il ritmico ticchettio dei denti ma stasera mi vedo provvista di sciarpa e calzini di lana in viola [I’m too sexy for your party!].

Ad aprire la serata i palermitani The Second Grace. Iniziano piacendomi, con un brano strumentale dal buon impatto intimistico e, se vogliamo, visionario. Poi fluiscono verso tracciati sonori che richiamano un tradizionale cantautorato folk d’oltreoceano e in più dosi di orecchiabile “britishism”. Insomma una proposta variegata e difforme, senza una spiccata esigenza di appartenere ma forse, proprio per questo, divergono troppo senza colpire fino in fondo. Detto questo però, bravi.

Giusto il tempo di una pausa nicotinica per il Gherardi e di un’occasione di gelo in più per me e lo show dal sapore languido-nocturne ha inizio. I tre di Melbourne salgono sul palco e uhh-ohh Conrad Standish si posiziona con il suo basso (collocato davvero in basso) sulla destra e, ai suoi piedi, l’amica birra. Che bell’ometto. Tutti e tre portano la camicia dentro i pantaloni (ah) e sono a posto con i capelli (ah però). L’atmosfera si tinge di rosso carnale e sexy vibes con il brano “Black Ice” e il brano che acchiappa “Mistakes” a seguire. Conrad si muove con spalle e busto assecondando il suo strumento, lo trovo sexy e non poco. Il collega nerdico avanza precoce accostamenti a Leonard Cohen, Nick Cave, The Black Heart Procession io, completo con i colleghi di etichetta The National e a ripensarci, con l’amabile torpore intimo, nero e intramuscolare dei Bark Psychosis. Un sonico sfogo battente si manifesta con “Take You Home”, avviluppamenti sonici e voce trascinata in un percorso ascendente. Spasmi di romanticismo nero e abrasivo poi con “Rosa”, dove il vigore e la cupezza della voce di Conrad rendono al massimo, in una torsione incalzante di exploit di chiatarra e batteria escorianti. “The Saddest Sound” e “The Night I Couldn’t Stop Crying” sono la solitudine della metropoli grigia, e della propria grigia emotività. Un concerto corposo, vivo e sensualmente noir. Sì, noir è bello ed io ho meno freddo.

Mary Notarangelo

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