dEUS @ Villa Ada [Roma, 15/Luglio/2006]

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[Prologo cronometrico]
Solo tredici anni di carriera eppure ne sembrano passati venti. I dEUS sono sempre stati accanto a noi. In disparte. Discretamente. Forse perchè i ragazzi sul passaporto hanno scritto Antwerp-Fiandre-Belgio. Paese anonimo. Grigio. Dove ad unire le coscienze negli anni ci hanno pensato le banche, le “nostre” miniere, Vincenzino Scifo e brutte storie di cronaca nera. I dEUS durante l’emersione si sono ritrovati coinvolti in una scena indie che latitava nell’underground. Loro, attenti conoscitori della lezione imprescindibile dei Velvet Underground e delle femminucce violente di Milwaukee. Ma anche figli dell’indipendenza abrasiva dei Pixies e degli Afghan Whigs (e quanto Greg Dulli ci sia nelle corde di Barman e compagni si può capire solo assistendo ad un loro show) senza dimenticare i saldissimi punti di riferimento avvitati ad una sperimentazione primordiale facente capo al baffuto Frank Zappa – campionato infatti sul debutto del 1994 – e al tarchiato Captain Beefheart (non è un caso che il secondo lavoro sia stato prodotto proprio da Eric “Drew” Feldman veterano decorato dell’epopea “magica”). “Worst Case Scenario” rappresenta un crocevia importante per l’Europa degli anni 90. Il primo gruppo belga a firmare per una major (Island), la prima formazione non britannica a non assomigliare ad una band britannica, la semina di un sound che si evolverà dalle asprezze oscure del post punk importato (nessuno cita tra le loro influenze i Minimal Compact di Malka Spiegel, fottuti zappaterra dei miei stivali!) alle meraviglie in crescendo del must “The Ideal Crash”.

[Gran Premio della Montagna]
E’ una splendida serata tra i pini dell’affascinante parco di Villa Ada. La pioggia di qualche ora prima ha rinfrescato le idee e tenuto alla larga insetti combattivi pronti per assalti alla baionetta. Il flusso della gente è cospicuo e aumenterà a livelli mestruali. Il primo contatto è con il fedele Aguirre. Poi pian piano, una volta stanziati al centro del sotto palco, ci accorgiamo di non essere soli. Il nostro benemerito sito è rappresentato quasi nella sua interezza. Ecco il Gherardi sempre più in forma mondiale, quindi lo Schiavi – membro aggiunto e amico di lungo corso -, di seguito il piccolo grande Avvisati, poi il Dott. Cosimi e a guardar bene c’è anche il Vignali e signora. Ma non abbiamo finito. Pezzi di Red Cherry, Masoko, Poppy’s Portrait, Perplex, Polyester un vero e proprio happening di fine corso. La confusione sale. L’eccitazione è sudata. Le luci si spengono.

[Il Muro di Grammont]
Non ha importanza se “Pocket Revolution” sia stato così tanto “parlato” e così poco “ascoltato”. Perchè quei brani, trasmutati nella dimensione live, hanno un sapore più dolce e pastoso. I cinque fiamminghi entrano sul proscenio alle 22.30 circa. Roma Incontra Il Mondo ha ora un colpo d’occhio speciale. Coni d’ombra, velature, la rappresentazione del dettaglio esposta agli amplificatori. Richiami pittorici ripresi dal quintetto fiandrino che illumina fin da subito l’area della manifestazione. Tom Barman è il leader. Lo capirebbe anche un malcapitato astante in cerca di reggae e suoni tibetani flagellato dall’infradito. La voce roca e alcolica, l’aria stropicciata e quel dimenarsi sonico ne fanno una gioia per gli occhi vogliosi di impegno, stordimento e ripasso dei maggiori successi. Klaas Janzoons è l’altro membro originale sopravvissuto alle partenze, ai progetti paralleli, alle smanie di protagonismo (vedi i recenti Magnus, Millionaire, Zita Swoon ed i passati Moondog Jr, A Beatband e Kiss My Jazz). Il suo violino elettrificato è un segno distintivo in tutta la produzione della band. Come quell’orrenda canottiera che indossa abbinata ad un paio di jeans con i tagli sulle ginocchia. Il resto della truppa è visivamente cool. Pawlowski alla chitarra completamente in nero (Mick Harvey meets Nick Cave), Gevaert al basso completamente sbronzo e Misseghers alla batteria (ex Soulwax) completamente a suo agio nel dettare i tempi con un drumming preciso e sempre potente. La partenza a razzo colpisce. E’ un susseguirsi di ralenty e fotogrammi che si coagulano per spingere ogni brano ad un finale epico, corale, suggestivo. Viene toccato il repertorio nineties ed inframezzato dagli episodi migliori dell’ultima rivoluzione tascabile. Arriva quasi subito “Instant Street” con la prima grande ovazione a rimorchio. Barman prende le sembianze del Lou Reed più confidenziale e fumoso. A dirla tutta queste parentesi, immerse tra amore-notte-intimità, sono quelle che i dEUS aprono con maggior difficoltà. Ma sono solo attimi. Ecco l’acronimo title track del debutto, “Serpentine”, “Roses”, “What We Talk About”, i singoli recenti, quelli passati. I dEUS non sono inglesi. Non sono americani. Sono europei del Belgio. L’originalità della proposta trova conferma quando i watt bussano al cancello del timpano. Vogliono entrare dentro e rimanere a scaldarti.

[L’arrivo a Meerbeke]
Sul finire dell’oltre ora e mezza di esibizione on the top Barman dà il via allo spazio richieste dal pubblico. “Hotellounge (Be The Death Of Me)” è la più gettonata ma il cantante/chitarrista non ammette discussioni. Non possono farla perchè è tanto tanto tempo che non la eseguono dal vivo. Promette che la prossima volta a Roma, tra circa un anno e mezzo, si ricorderà di questo brano di dodici anni fa. Gli crediamo sulla parola e urliamo a gran voce un bis che non attende ulteriori sollecitazioni vocali. Rapiti e contenti. Poche parole. Solo sostanza. Niente atteggiamenti divistici. Tanta voglia di spaccare le reni. Mestieranti di talento. Un’altra orgia da appuntare tra le cose più vitali di questo intercettato 2006. Ora ci attende un simpatico after show. Ma di questo parleremo nella prossima puntata dedicata.

Emanuele Tamagnini

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