dEUS @ Hana Bi [Marina di Ravenna, 3/Luglio/2012]

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Inutile girarci intorno: Klaas Janzoons mi fa un pò tristezza. Là nell’agolo del palco, circondato da strumentini e ammennicoli tra cui il violino che tanto furore fece nella prima produzione della band, con la sua aria spesso inquieta e imbronciata e i suoi chili di troppo Klaas è lontano anni luce dal personaggio – e dal ruolo – che scintillava nella formazione storica della band. Prendete ad esempio il video di ‘Little Arithmetics’, dove comunque nella formazione manca già Rudy Trouvé: venti secondi dopo il primo minuto Janzoons entra in campo manco fosse una diva del muto, e sette secondi + in là sghignazza di gusto accanto a Stef Kamil Carlens e Craig Ward. Anno dopo anno, disco dopo disco, il violinista ha rappresentato per me il simbolo perfetto di quello che sono diventati i dEUS. Semplicemente, un’altra band. E lo hanno fatto naturalmente, come il sottobosco della foresta pluviale con le piante cadute, o il cemento di New York con chi non sta al passo della metropoli. Attenzione: pur essendo profondamente affezionato a ‘Worst Case Scenario’, ‘My Sister is My Clock’, ‘In a Bar Under The Sea’ e ‘The Ideal Crash’ non sono un passatista, e trovo l’attuale formazione del combo belga è + solida che mai. Stéphane Misseghers ai tamburi e Alan Gevaert al basso sono davvero bravi, e Mauro Pawlowski alle chitarre è il perfetto alter ego del nuovo Tom Barman. I due mi ricordano, nel rapporto, un’altra curiosa coppia in grande simbiosi sulfurea, Nick Cave e Warren Ellis. Però, in quel caso, Bargeld e Harvey hanno levato le tende. E hanno fatto bene, secondo me. Perché non c’è nulla di + triste di restare avvinghiati a un amore che va evidentemente da un’altra parte, verso un altro luogo. Nè migliore nè peggiore, semplicemente altrove. Però si, non nego. Se da un lato i pezzi nuovi mi spettinano con la loro onda d’urto e puntano spietati ai chakra più bassi, è altrettanto vero che quando partono i pezzi vecchi le ginocchia mi fanno giacomo giacomo.

Per dire: il concerto inizia con ‘Little Arithmetics’, il terzo o quarto pezzo è ‘Instant Street’ (e alla fine della cavalcata elettrica finale salta pure la luce) e lungo il sentiero i bastardi giocano sporchissimo e mi scodellano pure ‘Hotellounge’, ovviamente ‘Suds & Soda’ (con citazione/omaggio a ‘Sabotage’ dei Beastie Boys), una tesissima ‘Roses’ e una rarissima ‘Morticiachair’ nei bis. Rarissima almeno per me, avendola sentita forse solo nel loro primo tour italiano del ’95. Tutti gli altri classici moderni, leggi ‘The Architect’ e affini, ci sono. Puntuali, scoppiettanti e sbrilluccicosi per la gioia di grandi e piccini. Niente ‘Nothing Really Ends’ purtroppo, una delle mie preferite della nuova era. Comunque un gran bel concerto, intendiamoci, con una band decisamente in spolvero e un Barman proiettato verso i nuovi compagni di viaggio che dà un poco le spalle, letteralmente, ai vecchi compari. E io apprezzo e ringrazio giovanili amici belga, non mi lamento mica. Ma ogni tanto penso a quando, tantissimi anni fa, qualcuno della band saliva sul palco e prima del concerto si presentava e faceva una cover in solitudine. Tipo ‘The Messenger’ di Daniel Lanois, cose così. Era un bel benvenuto. Poi, la festa. Altrove.

Giuseppe Righini

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