dEUS @ Auditorium [Roma, 16/Luglio/2008]

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Esattamente due anni dopo. Stesso giorno, stessa gente. Numerosi ma non copiosi. La cavea si riempirà nella parte centrale e nell’elitario parterre. Serata ventilata. Piacevole. La band di Antwerp ritorna dopo l’umidità di Villa Ada, ritorna con una quasi sostanziale virata nel sound del nuovo ‘Vantage Point’. C’è dunque giustificata curiosità per testare dal vivo quei brani. La scenografia di luci è affidata a dei pannelli di fari che ricordano tanto i videoclip “rock” degli anni ’90 e quelli hip hop di ultima generazione. Dettagli. Il quintetto belga entra intorno alle ventuno e dieci. In primo piano l’immancabile canotta del paffuto Klaas Janzoons e il gilet nero di un Tom Barman sempre più rauco e alcolicamente vicino ad un giovane Tom Waits. Almeno nei brani più slow e d’ascolto. La prima battuta è sulla gente posizionata in alto. Barman dice che in quel modo sono visibili tutte le loro scarpe. Rotto il ghiaccio si parte. Ma è nel secondo pezzo che inizia, forse, il miglior leit motiv della serata. Quasi tutto il parterre si alza e corre a ridosso del palco quando iniziano le note della “classica” insuperata ‘Instant Street’. Nella tribuna c’è fermento. E una parte scende colta da raptus per entrare proprio nel parterre. Momenti di confusione. La sicurezza se ne accorge troppo tardi e cerca di tamponare alla bene e meglio la falla aperta dall’alto. Scorrono i brani robotici del nuovo disco. E la sensazione è che quel sound sia molto, ma molto vicino, alle roboanti deflagrazioni dell’era vulgaris di marca QOTSA. Con le debite proporzioni. C’è chi balla incollato alla transenna tutto il tempo. Mentre dall’alto ora non fa più così freddo. I dEUS ringraziano in italiano. Convincono sinceramente meno quando si rilassano ma ‘What We Talk About (When We Talk About Love) ‘ (dal precedente sottovalutato ‘Pocket Revolution’) regala vere emozioni. E poi i singoli. Barman stona in alcune occasioni. Ma questa sera è la forza d’urto della scorza rock a farla da padrone. Il set è infatti robusto. E quando decidono di tirare raggiungono i momenti migliori. La performance sbiadita di due anni fa è cancellata. Un’altra acustica. Un’altra risonanza. Un’altra vita. Dopo un’ora e dieci si congedano. Il rito trito della seconda entrata. Passano solo alcuni istanti. Tre pezzi per il clou del concerto. Si pesca da ‘In A Bar, Under The Sea’ che il cantante prova a presentare in un mezzo italiano-inglese-fiammingato. Ecco la rutilante ‘For The Roses’. E’ la scintilla che fa scattare i presenti nel parterre sopra il palco! Che bello. Sembrano le riprese di un video. La sicurezza capitola ma rimane una piccola distanza di sicurezza. Le teste si muovono. I dEUS danno il meglio compresso in tre brani senza compromessi. Il delirio di luci e fumi. Il gran finale. Nulla di epocale, sia ben inteso, ma l’esser riusciti a trasportare così tanto la gente è sintomo di grande mestiere e perchè no carisma. Merce rara in questi tempi plasticati e votati al nulla cosmico. Per questo viva i dEUS. Sempre viva. La serata è ancora lunga. Si ode il calpestio dell’uscita. Si ode il viola e il sorriso. Si ode la luce.

Emanuele Tamagnini

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