Depeche Mode @ Stadio Olimpico [Roma, 20/Luglio/2013]

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I Depeche Mode sono un’istituzione sacra degli ultimi 30 anni di musica. Dave Gahan, Martin L. Gore, Andy Fletcher (a cui si affiancano dal vivo il batterista Christian Eigner e il tastierista Peter Gordeno). Gli alfieri del synth-pop, usciti egregiamente vivi dagli anni ’80, ancora capaci di scrivere album di qualità e, soprattutto, di esibirsi in concerti mozzafiato, in cui è la loro immortale musica a parlare e c’è ben poco spazio per colpi di teatro ad effetto. Perché il vero spettacolo sono loro. La carica dei 60mila dello Stadio Olimpico di Roma (per l’occasione sold-out) è eterogenea: il segno di come Dave Gahan e soci siano riusciti nell’intento di far innamorare in tanti, generazione dopo generazione. Eccezion fatta per i maniaci dei video su cellulare che passano il tempo appiccicati al loro schermo, spesso e volentieri ostruendo inopportunamente la vista altrui, l’impressione è quella di trovarsi in un immenso raduno di famiglia, nel quale è facile fraternizzare tra vicini e scambiar chiacchiere. Non è una banalità, visti i tempi. Colpisce subito l’imponenza del palco, progettato appositamente per i DM dal regista e fotografo olandese Anton Corbjin, storico curatore del lato visual della band (anche gli U2 si avvalgono del suo lavoro): schermo gigante alle spalle dei musicisti, monitor laterali, un triangolo a sovrastare il tutto.

Si comincia alle 19, puntuali, con i Motel Connection, il progetto elettronico di Samuel dei Subsonica, del bassista Pierfunk (ex-Subsonica) e del DJ Pisti. Tra brani dell’ultimo ‘Vivace’, l’ormai classica ‘Two’, accenni a ‘No Good (Start The Dance)’ dei The Prodigy e una cover di ‘Should I Stay Or Should I Go?’ dei The Clash, una mezz’oretta piacevole, per quanto la proposta sia certamente più adatta ai club e nonostante le vere potenzialità della band a livello compositivo restino ancora un po’ inespresse. Alle 20, dopo un cambio palco in cui, nella selezione musicale proposta, si è potuto ascoltare anche una sempreverde ‘Spastik’ di Richie Hawtin (pubblicata con lo pseudonimo Plastikman), giunge il momento di Matthew Dear. L’artista del Michigan, per chi non lo sapesse, è tra i fondatori dell’acclamata etichetta Ghostly International, DJ di notti infuocate in giro per il mondo nonché autore di ottimi dischi di elettronica che sapientemente tende verso il pop, con i Talking Heads e Brian Eno come influenze principali ma non totalizzanti. Davanti al pubblico dell’Olimpico Matthew si presenta in giacca e pantalone bianco, accompagnato dalla sua band (basso, batteria, percussioni). Estratti dal recente ‘Beams’ e dal gioiello ‘Black City’ per un set fisico, vivo e ballabilissimo. Un ottimo apripista in attesa dei Depeche Mode. Si chiude annunciando la band di Basildon, con Matthew che saluta tra gli applausi (nella notte sarà poi protagonista di un DJ-set nel vicino Circolo Sportivo Andrea Doria). Durante il cambio palco diversi operai si aggrappano con fare acrobatico alle funi accolti dalle ovazioni del pubblico, mentre sugli schermi viene proiettato lo spot dell’organizzazione non-profit charity: water, della quale i Depeche Mode sono sostenitori.

Alle 21.10, quando l’aria afosissima si rende quasi più sopportabile al sol pensiero che il momento sia più che prossimo, finalmente si comincia. La doppietta iniziale è identica a quella dell’ultimo disco ‘Delta Machine’: ‘Welcome To My World’ + ‘Angel’. Così la band presenta il suo raffinato electro-blues, ultimo approdo di una carriera che li ha visti muoversi sapientemente tra elettronica e suoi derivati e insopprimibili radici legate al rock. Dave Gahan è un frontman immenso e unico, lo conferma secondo dopo secondo, movimento dopo movimento, con la sua inconfondibile voce baritonale. Un uomo che suscita perversioni al solo sguardo. Il pubblico è in visibilio. Ci si tuffa nel passato con la bellissima ‘Walking In My Shoes’, dritta dritta dal fin troppo sottovalutato ‘Songs Of Faith And Devotion’. Con l’acclamatissima ‘Precious’ si ritorna al più recente ‘Playing The Angel’, a parer di chi scrive il miglior album della band negli ultimi 10 anni. Ecco quindi il brano che ti sorprende: ‘Black Celebration’, dal 1986 con furore. Momenti altissimi di un concerto che è appena cominciato. Segue subito ‘Policy Of Truth’, brano storico tratto da quello che da più parti è considerato il capolavoro della band: ‘Violator’. Nel prato si balla e si sta tutti appiccicati, incuranti del sudore e del caldo. Dave Gahan, è innegabile, sta vivendo una seconda giovinezza. Il buio di metà anni ’90 è soltanto un ricordo lontano, per questo splendido cinquantenne che si muove ancora con magnetico fascino felino. La fascinosa ‘Should Be Higher’ cede il passo a ‘Barrel Of A Gun’, dopo la quale Dave lascia momentaneamente il palco per concedere gli onori a Martin L. Gore, principale autore della band, al quale spetta il compito di interpretare in chiave acustica ‘The Child Inside’ (dall’ultimo album) e la classica ‘Shake The Disease’, apprezzabilissima in questa versione. Applausi a scena aperta per un uomo che ha fatto la storia della musica senza mai essere una primadonna, preferendo l’onestà e l’intensità delle sue composizioni all’apparire sempre e comunque. Il tributo è più che meritato. Ritorna Dave ed è ‘Delta Machine’ al centro dell’attenzione con ‘Heaven’ e l’ottima e coinvolgente ‘Soothe My Soul’, la cui cassa in 4/4 fa ballare il pubblico che, sui pezzi più intimisti precedenti, s’era preso una pausa di respiro. Segue una doppietta impietosa: ‘A Pain That I’m Used To’  nella versione remix di Jacques Lu Cont e, nuovamente dall’epocale ‘Black Celebration’, la scheggia impazzita ‘A Question Of Time’, colpo di schiena dell’anima dark wave della band. Poi, la gloria eterna, con quelli che sono i classici più amati dal pubblico: la sontuosa ‘Enjoy The Silence’ e una ‘Personal Jesus’ che comincia lenta per poi sprigionare tutto il suo irrefrenabile impeto. Inutile dire che su entrambe le canzoni è il pubblico a cantare, con Dave a godersi lo spettacolo compiaciuto. Si chiude con ‘Goodbye’, la cui esecuzione è messa in secondo piano da un magnifico video in bianco e nero di Corbjin in cui i tre DM, seduti su una panchina, si scambiano un cappello.

Non c’è bisogno di attendere molto per i bis: si parte con un altro gradito spazio dedicato alla voce di Martin L. Gore, il quale canta la toccante ‘Somebody’. Poi l’inno ‘Just Can’t Get Enough’, il cui giro di tastiera riconoscibilissimo è intonato all’unisono da tutti i 60mila dell’Olimpico in festa. Una gemma pop inestimabile, a cui fa seguito l’altrettanto ottima ‘I Feel You’, che invece rimarca i momenti più rock della carriera dei Depeche Mode. La band, infine, si congeda dal suo pubblico in adorazione con la splendida e intramontabile ‘Never Let Me Down Again’, grande classico di una discografia piena di storia e di pezzi dai quali spiace dover necessariamente prescindere. Personalmente avrei preferito qualche classico in più (magari con tiro maggiore) a scapito di alcuni estratti dal pur buon ultimo disco. Giusto, tuttavia, che la band dia spazio alle sue recentissime creazioni, a dimostrazione della vivacità compositiva di cui gode, pur perdendo un po’ in impatto. Sacrilegio non dirsi soddisfatti, impossibile non subire il fascino di Gahan, sacrosanto voler bissare quanto prima, magari con le prossime date invernali al chiuso. La storia della musica elettronica in una sola band. PS: Andy Fletcher suscita tenerezza anche semplicemente stando fermo. Adorabile.

Livio Ghilardi

5 COMMENTS

  1. un bel report per una serata indimenticabile…
    l’ultimo lavoro con A.Wilder è Ultra e non il precedente SOFAD

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