Depeche Mode @ Collisioni Festival [Barolo, 2/Luglio/2018]

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Ma è solo quanto Dave grida al cielo braccia a croce “good evening Barolouu!” (no, non Pasadena… Barolouu) che ho la certezza, la prova provata che no, questo non è una data normale del tour. Del resto gli indizi erano numerosi e palesi già dal primo pomeriggio. Per dire: arrivo tranquillo in autostrada. Navetta puntuale al parcheggio. Clima mite da gita fuori porta. Atmosfera familiare ed accogliente come solo la profonda provincia, quando vuole, sa essere e infine tac, una delle band più titolate del pianeta, che riempie regolarmente da decenni stadi e mega palasport in ogni parte del globo terracqueo senza sforzi, che stasera suona a Barolo. In piazza Colbert. Che è tanto carina, ospitale, raggiante e pittoresca, non dico di no. Ma con la sua capienza di pochissime migliaia di persone, gli alberi e i portoni delle case a ridosso delle piramidi di casse e i portoghesi che si guardano a scrocco il concerto dai balconi a un tiro di schioppo dal palco, beh, rende tutto incredibilmente surreale. Io stesso arrivo in un battibaleno a ridosso delle transenne senza fatica e quasi non ci credo. Perché sarà un set con tutti i numeri da circo previsti sul menù, dessert incluso. Ma il fatto stesso che sia tutto così vicino, meno mastodontico del solito, più… intimo? rende la detonazione decisamente più deflagrante.

Back to basic. La band è in grande spolvero. La mise marinaresca di Martin quasi di buon gusto, quella meretrice tatuata e sculettante di Dorian Gray Gahan reginetta indiscussa del ballo e in fine Fletch: visibilmente dimagrito, musicalmente nebuloso come solito ma, questa sera, più charmant del solito. Oh, mi è sempre stato simpatico Andy. E i pezzi che vabbè, chettelodiaffare. Tu pensavi fossero belli soprattutto per via dei numeri e le insegne luminose del cosmo infinito e planetario, io lo so. Pensa invece che ora, qui, in questo angoletto verde di Piemonte quelle canzonacce brillano anche di più. Ed è comunque una scaletta da festival, ridotta, una quindicina di singoli o giù di lì pescati quasi tutti tra ‘Black Celebration’ e ‘Spirit’, con vistosi tagli al materiale del nuovo album che tanto nuovo oramai non è più perché i ragazzi quando vanno on the road stanno in giro gli anni perché sai com’è, la pensione integrativa non basta mai. Ok, hanno buttato nel mezzo ‘Somebody’. Ok, hanno tirato fuori dal cilindro ‘Everything counts’. Ok, ok, hanno chiuso con I Just can’t blablabla. Praticamente una esibizione da greatest hits, lo so. In quello che probabilmente è pure un day off. Bene, tutto ciò non sposta di una singola foglia la splendida foresta nera che allarga le fronde, scioglie le onde e ci avvolge, travolge, cosparge e benedice di bellezza cupa. Non ho molto altro da dirvi amici. Non è che fede e devozione abbiano poi bisogno di così tante parole. Il rito è noto e millenario. Si va a messa, si accoglie quel che esce dal tabernacolo e si ghigna nel cuore, riconoscenti. Io ci ricasco sempre. Ogni volta. Per mia gioia, mia gioia, mia grandissima gioia.

Ma siccome siamo in un mondo chiacchierone, dove le informazioni contano più del non detto, del suggerito, dell’immaginato, ecco alcune note finali, random, a piè pagina digitale. Tipo che i Depeche Mode, musicalmente, stanno invecchiando benissimo. Tipo anche che Alan mi manca comunque da morire. Ma quando ho sentito il pur ottimo remix che ha fatto per ‘In chains’, ho capito che arriva un momento in cui le strade possono separarsi. Per davvero. E che ogni grande amore, quando scivola altrove, va lasciato andare. Wilder, grazie infinite. Mi fa impressione che Eigner e Gordeno siano nella band da più tempo di te. Mi fa impressione che abbiano chiuso il bis con un pezzo scritto da Vince Clarke. Mi fa piacere che prima dei Depeche ci fossero i Marlene Kuntz, che da posizione di eccellenza artistica hanno spaccato e fatto un set per niente scontato. Ogni volta che sento ‘Ape Regina’ per me va sempre molto bene. ‘111’ è un pezzo clamoroso. ‘Overflash’ e ‘Sonica’ non fanno prigionieri. Lagash è un bassista notevole e Cristiano un cerimoniere perfetto. Praticamente in prima fila ho incontrato il mio caro amico e collega Marti, aka Andrea Bruschi. Era in gran forma. Era l’unico in tutta la piazza con la giacca. Da ragazzino gestiva le file del fan club e ha pure giocato a biliardino con la band tranne quello sputìn di Dave, pensa te. L’ho incontrato per caso. Il caso non esiste. Dave ha un lifting talmente ben fatto che al confronto la Kidman sembra Mickey Rourke operato da Guido Tersilli. Dave ha fatto meno chicken dance del solito, ma tutto il resto come solito. Qualunque donna di qualunque latitudine, età, razza e religione che potessi scorgere intorno a me ha avuto più o meno le stesse cameratesche, eleganti, composte e misuratissime reazioni di fronte alla discreta e suggerita fisicità dell’old signorino. ll visual con gli animali di ‘Enjoy the silence’ girato in studio è molto buono. Il visual con il travestito di ‘Walking in my shoes’ girato a Berlino è molto buono. Anton Corbijn, bentornato ad un livello molto buono. In fine, il vino locale che avrei voluto bere ma che ho clamorosamente lasciato ad altri, altrove, sospetto fosse certamente molto, molto buono.

Paleoflashback #1: la prima volta che ho visto i DM, da infante o quasi, fu in TV a Sanremo. ‘Stripped’. Giacche di pelle. Motociclette nere sul palco. La scritta Totip in neon verde sullo sfondo. Fu l’inizio della fine. Paleoflashback #2: la prima volta che ho comprato un 33 giri ho scelto ‘The singles 81-85’. ‘Stripped’ non c’era ma c’era ‘Love in itself’ che mi piaceva un casino. Odiavo le trombette nella parte strumentale, ma il pezzo mi piaceva un casino. Era il primo brano del lato b. La prima volta che messo la puntina sul mio primo album che girava sul piatto del mio primo giradischi ho cominciato dal lato b. L’avevo comprato mezz’ora prima. Ero tornato a casa in bici. Avevo una busta di plastica della Dimar Rimini appiccicata al manubrio. All’altezza del mercato coperto lo scontrino è svolazzato fuori. Non me ne fregava nulla. Tanto sapevo che quel disco non lo avrei mai riportato indietro. Paleoflashback #3: la prima (mezza) volta che ho visto i DM dal vivo è stato in agosto, fuori dallo stadio Romeo Neri di Rimini per il tour di ‘Black celebration’. E non ho visto nulla, ho solo sentito, perché i miei genitori non mi avevano preso il biglietto. Perché ero piccolo e tutte quelle moto nere e quei giubbotti di pelle a Sanremo li avevano preoccupati. Forse un poco anche le sottovesti e lo smalto di Martin. Forse anche le fiamme ossidriche e i vetri delle auto sfondati a mazzate nel video di ‘Stripped’. In somma, niente biglietto. Babbo e mamma, vi voglio bene lo stesso. Paleoflashback #4: io e Bicio siamo amici praticamente dalla culla. Io e Bicio prendiamo il treno e andiamo a Milano a vederci il Devotional, che per chi scrive resta il loro tour  inarrivabile e supremo, no matter what. Da allora non ce ne siamo persi uno, di tour.  Anche più volte. Anche se da almeno dieci anni diciamo questo è l’ultimo. Tanto noi i soldi li stampiamo. Almeno io. Bicio no, lui fa il dentista. Anche più volte. Anche se da almeno dieci anni diciamo questo è l’ultimo. Tanto noi i soldi li stampiamo. Almeno io. Bicio no, lui fa il dentista. Anche se da almeno quindici anni diciamo questo è l’ultimo dai. Lunedì scorso all’ora di pranzo ci siamo visti fuori dal suo studio. Bicio ha guidato sia all’andata che al ritorno. We’ll see you next time..

Giuseppe Righini

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