Dente @ Teatro Quirinetta [Roma, 17/Marzo/2016]

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Tempo fa un romanziere affermato ci disse che la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Lui, prendendo spunto da alcuni suoi vecchi racconti senza capo né coda, ne tirò fuori un volume, tuttora molto apprezzato, a più di dieci anni dalla sua pubblicazione. Nello stesso momento, ma in un altro luogo, mentre lo scrittore affermato educava quello alle prime armi all’utilità di tenere da conto tutta la sua produzione, un cantante faceva lo stesso con un potenziale erede: la musica è come il maiale, non si butta via niente. E a forza di non buttare, prima o poi il modo di riciclare si trova. È così che da alcuni anni, alla ricerca di idee redditizie, nell’indie italiano si è deciso di ristampare alcuni dischi cult che artisti ormai affermati hanno in genere autoprodotto all’inizio della loro carriera. Le copie distribuite erano poche, e chi tra i possessori ha deciso di liberarsene nel tempo, lo ha fatto soltanto in cambio di un corrispettivo atto a più che pareggiare il prezzo delle bollette di un bimestre. Dente, per celebrare il decennale del suo disco d’esordio, ‘Anice in Bocca’, grazie all’intuizione della Woodworm, una delle etichette più attente a packaging e dettagli, ripropone il disco che fu venduto, nell’ordine di trecento copie, a margine dei suoi concerti nell’anno di gloria Nazionale (nel senso calcistico del termine) 2006. Il CD, con la pellicola di plastica trasparente al posto della scocca e la copertina stampata in bassa qualità, è stato riproposto in forma del tutto simile all’originale, nella sua ristampa, ma non potendo vendere un oggetto così poco nobile da solo, si è deciso di abbinarlo obbligatoriamente al vinile, con ottimo esito, se ci basiamo sulle copie apparse in mano degli spettatori al termine dello show. Ma riavvolgiamo il nastro, che il banchetto del merch, quando siamo entrati, ancora non era stato allestito.

Il mese di marzo per noi va avanti alla media di un concerto (e un report) a settimana, e questo lo avevamo messo in preventivo, ma ciò che non ci aspettavamo era che nei primi tre concerti di questo mese, in locali come il Monk e il Quirinetta, trovassimo sedie e poltroncine su cui sedersi, anziché i soliti posti in piedi. La scelta odierna fa capo all’artista che, pungolato sul tema dal suo pubblico, dirà “tanto se vi facevo stare in piedi non è che pogavate, sareste stati solo più scomodi”. Parole sante. Il dialogo della gloria di Fidenza con i suoi fan sarà quasi continuo, tra un brano e l’altro, sebbene nella prima mezzora le parole non cantate saranno meno numerose del solito. Dente, con ciuffo, giacca, pantalone slim e iconica magrezza, sarà da solo sul palco, con due chitarre acustiche che alternerà. L’inizio del live sarà tutto appannaggio del primo disco, che verrà eseguito per intero, riarrangiato, con l’ausilio di varie basi e l’accompagnamento di luci verdi e gialle, non a caso i colori che campeggiano sulla copertina di ‘Anice in Bocca’. Il disco, che ben conoscevamo per essere quello che ci ha fatto scoprire, da subito, colui che poi si sarebbe assestato come uno dei cantautori italiani emergenti (a 40 anni, se questo non è un paese per vecchi…) dell’ultimo periodo, ci sembrerà ancora più strano di come ce lo ricordavamo, e Peveri, con autoironia in alcuni casi troppo vicina all’autocommiserazione, non si tirerà indietro nel dichiarare quanto alcuni brani di questa prima opera siano per lui di scarsa qualità. È uno di quegli artisti che ha un pubblico tale che qualsiasi cosa dica, tutti rideranno e saranno d’accordo con lui, quindi se deciderà, con fare scherzoso, di snobbare Anice, quasi tutti i presenti faranno lo stesso. Noi no, che pezzi come ‘Al Mondo’ e ‘Un Bacio e un Omicidio’ non sono certo delle banalità. Al termine dell’esecuzione integrale del suo esordio, Dente tornerà nel backstage per un metaforico cambio d’abito, prima di dedicarsi al suo repertorio più recente, accompagnato da luci più alte, gialle e rosse. Verrà raggiunto da un sopravvalutato cantante romano che farà quello che in Spagna è conosciuto come l’Andrea Lucarini, salendo sul palco e abbracciando il suo amico e collega, prima di sedersi da un lato e assistere da lì al concerto. Il live, fin qui un po’ frenato, per la scarsa passione per il primo disco da parte dei presenti ed un attacco influenzale che ha fiaccato il cantautore fidentino prima dello spettacolo, finalmente decolla, grazie ai pezzi più conosciuti del repertorio e qualche chicca, come l’ottimo brano ‘Torino sulla Luna’, tratto dalla colonna sonora del film “La luna su Torino”, eseguito dal vivo per la prima volta proprio nella data d’esordio di questo tour. Ci sarà spazio per successi vecchi e nuovi, da cantare all’unisono o lasciar cantare al pubblico, come ’Saldati’, ‘Beato Me’ e ‘Buon Appetito’, ma nei trentuno pezzi della scaletta (numero ostentato di fronte ai ripetuti Nooo dei presenti ogni qualvolta il cantautore faceva affacciare lo spettro della fine del live) non mancherà nemmeno ‘Baby Building’, forse il primo brano a donargli successo. Sembrerà fare sul serio alla sua seconda uscita dal palco, ma le luci tarderanno ad accendersi e parliamoci chiaro, il rito dell’encore, per chi ha un minimo di esperienza, non ha più segreti. Quindi lo vedremo rientrare, poco dopo, per ‘Vieni a Vivere’, uno dei pochi brani, nella sua produzione, in cui il romanticismo prende il sopravvento su cinismo e umorismo amaro. Infine è l’ora dei saluti, mentre cerchiamo di ricordare a quanti concerti del cantautore emiliano abbiamo partecipato. Era il quarto? Forse il quinto? di certo non l’ultimo.

Andrea Lucarini

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