Dente @ Teatro Palladium [Roma, 29/Aprile/2010]

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La selezione artistica del Circolo si sposta verso sud, approdando alle pendici della meravigliosa Garbatella per Cassa di Risonanza, appuntamento che veste d’acustico due delle “promesse” più intriganti e suggestive del panorama italiano. Al cantautorato amniotico, scarno e affilato de Le Luci della Centrale Elettrica di qualche giorno prima, questa sera fa da contraltare il cantore naif, dolcissimo e un po’ sgangherato di Giuseppe Peveri, in arte Dente. Quando salgono sul palco, Dente e i 3 prodi musici accompagnatori, la domanda che sorge spontanea è come mai gli artisti siano tutti così magri – nonostante l’abbondante consumo d’alcolici in bella mostra sulla testata del piano, allestito di whiskey e vino – e così pieni di capelli. Dente, in particolare, oltre ad un vestiario talmente anni ’70 che nemmeno la sua musica, sfoggia una zazzera neanderthaliana che, in armonioso tuttuno con la barba, restituisce la più tipica immagine di artista timido e schivo che ha bisono di qualcosa dietro la quale nascondersi. In realtà, il ragazzo è tutto fuorchè tale. L’ipertricosi si rivelerà solo un divertente escamotage per l’interazione col pubblico.

La prima manciata di canzoni, inaugurate con ‘Vieni a Vivere’, sono eseguite in un silenzio interrotto solo dagli applausi intimoriti dall’acustica cristallina del posto. Per il primo quarto d’ora, Dente non parla, al massimo tossicchia e ingolla vino. Ma poi è proprio l’auto-apologia alla propria acconciatura – e alla riduzione di visibilità che comporta ai danni del pubblico del loggione – ad innescare un vero ed innarestabile talento cabarettistico. Lo stile è quello di chi si prende sempre poco sul serio, con l’auto-ironia a stemperare la malinconia di certi versi delicati: Dente dialoga col pubblico, prende in giro i musicisti, stavolta tenendo il pubblico stesso completamente da parte e sovvertendo certe presunta etica da palco. Alla suggestione della relazione, si aggiunge un fascino musicale e teatrale amplificato dalla location: il Palladium, per la sua acustica, e le sue linee morbide e morigerate, dovrebbe automaticamente assurgere a luogo d’elezione della musica dal vivo capitolina. È passato quasi un decennio da quando in questo piccolo teatro incastonato in uno dei quartieri piu’ belli della città Muse e Placebo seminavano casino e sudore. Oggi il teatro è una vera chicca di dettagli e di suoni bella e pronta per essere sfruttata. E oggi Dente sul quel palco ci stava divinamente, con il suo terzetto di contrabbasso, batteria  puntuale e pianforte tutto intorno. I suoni cristallini s’avvolgono tutto intorno a questo Gianni-Rodari-che-incontra-Battisti: prima di ‘Finalmente’, Dente accenna gli accordi di introduzione a sighiozzo, interrompendosi ogni volta per spegnere una delle 4 luci sul palco, una per postazione. Così davvero la musica incontra lo spazio e la musica che resta in quello spazio semi-buio ma accogliente ci sta benissimo.

Il ragazzo continua il suo show, fatto di alterchi, scherzi, exploit di mancata autostima, bossanova, spiritosi attacchi musicali, fini lasciate a metà, intermezzi interrotti per ringraziare il supporter Dino Fumaretto; ripescando brani dall’album ‘Non c’è due senza te’ ma lascia soprattutto spazio all’acclamatissimo ‘L’amore Non è bello’. Il pubblico che ha affollato ogni ordine di posto qui nel Palladium è giustamente entusiasta: sembra davvero una festa, o una cena di quelle che metti insieme con tanti amici diversi che alla fine si ritrovano col bicchiere in mano a costruire ricordi. Ovviamente l’imbonitore è lui, Dente, che scherza persino sulla seduzione del successo facile da reality show. Dopo aver messo in bella luce lungo tutto il concerto la sua tecnica di scrittura – forse musicalmente un po’ derivativa, ma liricamente lustrata dagli intrecci sintattici e dai giochi di parole – il ragazzo scherza presentando il pezzo successivo come “il primo originale” della serata. Si tratterà poi di una cover di ‘Guarda che Luna’ di Fred Buscaglione. Un altro paio di giri di valzer, qualche scambio di battute, una giostra e un inchino e il concerto è finito, nella piacevole conferma che questo presunto emergente è una solida, per quanto onirica, realtà.

Chiara Fracassi

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