Dente @ Monk [Roma, 18/Novembre/2016]

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Galeotta fu la riconoscenza. Il giorno in cui ce ne andremo, il male che potranno dire di noi sarà pressoché infinito, ma l’assenza di quella qualità nessuno ce la potrà mai contestare. Per noi non vale solo con le persone, ma anche con gli oggetti che ricolleghiamo a momenti di insperata gloria. Galeotta fu la riconoscenza per GQ, rivista maschile un tempo avvezza unicamente al binomio tette e culi, divenuta negli anni pubblicazione attenta a cultura, società, moda e storie di uomini valorosi – oltre a essere rimasto fedele a tette e culi – che per una serie di input e output ci accompagnò in un impensabile successo ottenuto nell’anno 2003. Nei successivi tredici anni ci siamo recati mensilmente in edicola per donare il nostro tributo, in realtà un insignificante obolo, e alla metà di questo cammino, ora in via di interruzione, abbiamo scovato un’intervista a un cantautore italiano della nuova leva, con un nome d’arte che per associazione ci fa pensare al giudizio, quello che, positivo, ricevette da noi al termine del suo primo live romano al quale partecipammo, nel 2010 all’Alpheus. Da quel momento non ci siamo persi nessuna sua apparizione capitolina, perché lo spettacolo fornito si è sempre rivelato all’altezza delle aspettative, e ci è piaciuto vederlo crescere artisticamente nelle sue tappe. All’inizio dello scorso anno ha usato la pausa tra un disco e l’altro per portare in tour il suo primo rudimentale lavoro, ristampato per l’occasione, ‘Anice in Bocca’, composto da molte canzoni della durata di pochi secondi, che lasciavano intuire il genio che vibrava sotto i lunghi e confusi capelli. Sul finire di questo stesso anno ha dato alle stampe un nuovo disco, il fuori dagli schemi ‘Canzoni per Metà’, tornando pressoché alle origini, con un primo singolo, ‘Curriculum’, della durata di soli cinquantacinque secondi, e molti altri brani che tutto sono tranne che radiofonici, per durata e sviluppo. Anche la sua storica band è stato fatta fuori in questo processo affrontato in solitaria e che ci sembra abbia preso spunto da un ragionamento di questo tipo: “una fan base numerosa ce l’ho, miliardario ormai non ci divento più, tanto vale fare come mi pare e fregarmene dello star system”. Al Monk lo avevamo visto già in un’occasione, quella della presentazione del suo libro ‘Favole Per Bambini Molto Stanchi’, un divertissement tra giochi di equilibrio con la metrica e umorismo, ma mai aveva calcato il palco della sala concerti prima d’ora. Ci arriverà intorno alle 23 di un venerdì sera, circondato dal suo pubblico composto per gran parte da ragazze, Beato Me, potrebbe dire, autocitandosi, e non riempirà del tutto il locale, ma ciò non avverrà soltanto per poche unità. Ad accompagnarlo nei live, in questa nuova avventura, ci sono i Plastic Made Sofa, e sin da subito si nota qualcosa di diverso. Gli arrangiamenti, dovuti alla band, ma anche le luci e l’atteggiamento del cantante sono mutati rispetto al passato. Se prima si privilegiavano i toni da cantautore italiano della vecchia scuola, le luci ferme o comunque poco aggressive e l’atteggiamento sul palco era di staticità totale, ora siamo di fronte ad una situazione opposta. Una precisa scelta che ci convince, così come quella di diminuire lo spazio dei suoi monologhi umoristici, nei quali eccelle, ma che spezzavano il ritmo del concerto. I primi sette pezzi scorrono via veloci, senza che Peveri dica nulla più di poche, coincise parole. Poi ci sarà modo di regalare i soliti sorrisi. Il suo metodo è semplice: sceglie un leit motiv, in questo caso l’inaspettato caldo nella sala dei live, e lo porta avanti fino allo sfinimento, rendendolo comico, sviscerandolo in ogni suo aspetto, davanti a una platea adorante che lo applaude e si sganascia, persino quando le sue battute sono meno riuscite e lui stesso sembra andarne poco fiero. È la croce e delizia di un artista che arrivato al suo sesto LP, può disporre di fan che gli perdonano ogni passo falso, come l’ultimo disco, fatto più per piacersi che per piacere, e gli donano tutta l’autostima della quale ha bisogno un uomo alla soglia dei quarant’anni che sembra intrappolato in un’eterna crisi depressiva. La consapevolezza intanto cresce, come si nota quando lascia il singalong finale di ‘Buon Appetito’ ai fan, riprendendo possesso del microfono soltanto dopo un minuto. I giochi di parole fluiscono senza grandi difficoltà, come da marchio di fabbrica, mentre la lunga scaletta procede a rimbalzo tra pezzi vecchi e nuovi, con le vette più alte, di arrangiamenti ma anche di applausi dei presenti, si toccano con ‘Beato Me’, brano in cui l’artista di Fidenza dice tutte le frasi che un uomo deve evitare di rivolgere a una donna, se vuole conquistarla; la cantilenante ‘A Me Piace Lei’; la storia di due giovani con la macchina in moto e troppo vino in corpo di ‘Quel Mazzolino’; ‘Saldati’, forse il suo miglior brano in assoluto, del quale nonostante siano passati anni sembra esserne ancora molto orgoglioso. La voglia di inserire nello spettacolo un gran numero di pezzi, alla fine saranno venticinque, ma senza dilungarsi troppo, porterà a chiudere il concerto dopo un’ora e mezza scarsa, con l’encore composto da ‘Appena Ti Vedo’, accennata e presto tramutata in ‘Giudizio Universatile’, per poi chiudere con la romantica ‘Vieni a Vivere’, come d’abitudine. Il finale è il solito, ma il concerto di stasera, nella nostra personale classifica, lo mettiamo sopra agli altri dello stesso artista ai quali abbiamo assistito in precedenza. Dente è un artista maturato che a questo punto della carriera, scrollatosi di dosso tutti i suoi riti del passato, potrebbe persino riuscire a conquistare quelli che un tempo erano suoi detrattori, se solo decidessero di dargli un’opportunità.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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