Dente + Amycanbe @ Corte degli Agostiniani [Rimini, 10/Luglio/2012]

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Giuseppe Peveri come Lorenzo Cherubini. Sono tutti un pò invidiosi, chissà perchè. In chiusura del festival di musica e letteratura Assalti al Cuore e in occasione del concerto di Dente, alla corte degli Agostiniani di Rimini si respira aria di micro evento. Perché quando anche l’aiuto barista, che di solito se ne frega serenamente dello spettacolo, decide di rimanere per vedersi il concerto invece di schizzare a casa a fine turno tale definizione pare appropriata. Micro evento anche se la platea si riempie lentamente, e comunque non del tutto. Colpa della crisi? Della sovraesposizione indie/mediatica del nostro? Dei frequenti concerti in zona? Del caldo e delle granite al tamarindo da gustare indolenti seduti sui gradini di Piazza Cavour a guardare lo struscio dei passanti? No se, e in fondo poco importa. Dopo aver visto John Cale insieme ad appena un centinaio di astanti da alcuni anni ho definitivamente rinunciato a considerare influente il numero di spettatori sulla qualità di un artista. Dente sopravvalutato, sottovalutato, equo valutato dunque? Chissà chissà. Ai posteri etc etc. Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette direbbe qualcuno. Il ragazzo ha messo su la barba e si comporta ormai come un ometto dico io. La band gira che pare un orologio svizzero, Faimali e Gambini basso e batteria rotolano che è un piacere, Cipelli alle tastiere incensa e ricama, e Beppe, si sa, suona l’acustica con la disinvoltura e la leggerezza rara del folksinger. Meglio di un certo Dylan ad esempio, a cui fa comunque spesso riferimento per rivedere l’arrangiamento di alcuni pezzi come nel caso di Quel Mazzolino. Le altre canzoni del concerto, vecchie e nuove, non sto qui a ricordale perché tanto, inutile che neghiamo, le conosciamo già. Ci basti dire che tutto il set ha un grandissimo retrogusto agrodolce, nazionale e 60’s, di quell’Italia però molto attenta a quel che succedeva oltrecortina oltreché a Sanremo o al Cantagiro. Perché il Peveri scrive, cita e fa il gioco delle tre carte meglio di uno slavo coi turisti, ma aggiunge pure un pizzico di additivo segreto e noce moscata delle sue parti, di quella buona. La formula funziona tantissimo e con merito. Anche quando i pezzi non sono sempre così irresistibili – ma la + parte lascia il segno – e l’ironia tra un brano e l’altro non è sempre così contagiosa e ispirata. Vascello quasi inattaccabile insomma. Dente non è il mio preferito della covata, ma ha tutto il mio rispetto. Lo so, sembro Hansel quando parla di Sting ai VH1 Video Awards, ma per me il nostro merita tutto quello che ha tirato su finora, lo dico croce sul cuore. Nonostante, a mezza voce, i detrattori del fenomeno, tra colleghi e non, ci siano eccome. E il Peveri intanto che noi ci si interroga e alambicca che fa? Se la gode e se la ride. Giustamente. E continua a raccontare le sue storie di amore urbano come + gli piace. Penna ironica e puntuta, sguardo malinconico sul mondo travestito da funambolico distacco e colpo in canna apparentemente, solo apparentemente, a salve. Chiamalo scemo.

Ma ora si parla degli Amycanbe, opening act della serata. Io quando vedo questa band mi dimentico che sia Italiana. E non perché sono un esterofilo tout court o perché il combo Cervese ha scelto il pianeta anglosassone come idioma etimologico e riferimento musicale tutto. E’ l’attitudine che li frega amici. Oltrechè l’altissima qualità del loro lavoro, beninteso. Non ci sono molte realtà tricolori così centrate nel loro linguaggio e sul loro sentiero. Datevi un’occhiata intorno e sappiatemi dire. Anche qui, come per il Beppe, salterò i dettagli legati a titoli etc e mi concentrerò sul pensiero generale. Oggi va così. Il suono, l’attenzione, la presenza, la radicalità, il coraggio, il fare di necessita assoluta virtù. Son bravi, c’è poco da girarci intorno, questa sera come la maggior parte delle volte che li ho visti. La band ha poi un legame intimo e antico con Assalti al Cuore dato che alcune edizioni fa fu lo stesso festival che la invitò a performare un set intorno l’opera di Gertrude Stein, e i ragazzi paiono sinceramente felici di tornare in cartellone. Tutti suonano tranquillamente un pò tutto a seconda delle esigenze del singolo pezzo tra synths, chitarre, bassi, batterie e tastiere, tanto che alla fine Marco Trinchillo, Mattia Mercuriali, Glauco Salvo, Francesca Amati e Paolo Gradari entrano ed escono dalle canzoni come i clienti di un’albergo attraverso la porta girevole della recepiton. E la platea apprezza sincera. Ma siccome non siamo a DoReCiakGulp e non mi chiamo Mollica azzardo pure, per fortuna, e dico che personalmente le parti del set che mi hanno maggiormente colpito sono quelle + acide, senza nulla togliere a quelle + pacificate. E ancora quanto mi interesserebbe, prima o poi, sentire qualcosa anche in italiano. E quanto a volte mi piacerebbe vedere qualche movimento perfettamente efficace in meno, e magari qualche follia senza rete in più. Ma davvero amici, qui sto facendo dell’accademia neanche fossi il capo redattore di Tutto Uncinetto perché l’intera mezz’ora abbondante di set della nostra Amy è davvero di livello. E non dimentichiamoci il Peveri poi. Anche il volto stupito, sedotto e pensieroso del mio amico Massimo seduto in decima fila alla fine riassume perfettamente luci ed ombre dell’intera serata. Soprattutto luci. Peccato non avergli fatto una foto.

Giuseppe Righini

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