Dengue Dengue Dengue! @ Villa Ada [Roma, 7/Settembre/2017]

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Il giro del mondo in ottanta minuti. Tanto è durato ieri sera a Villa Ada lo show dei Dengue Dengue Dengue!. Ma andiamo con ordine, facendo una menzione d’obbligo sull’apertura affidata a King Coya. Il musicista argentino fonde cumbia tradizionale colombiana e peruviana con il folklore della sua terra, tutto servito in salsa elettronica e digitalismi vari. L’approccio alla materia tuttavia risulta abbastanza classico, non privo di qualche imperfezione di troppo e neppure la presenza delle Queen Cholas con i loro balli e i loro canti riesce a glorificarne troppo la gesta. Sarà anche per colpa della durata eccessiva del set, ma ad un non cultore della scena come me alla lunga risulterà stucchevole. Tornando invece al duo peruviano, gli riconosciamo subito il merito di aver organizzato un viaggio di rara perfezione formale, in cui, con grande perizia tecnica e un gusto invidiabile per i particolari, ha coinvolto un pubblico non numeroso ma entusiasta. La forma è quella elettronica nell’accezione ampia del termine: techno, minimal, house, trance, big beat & break beat. Il tutto mescolato in una continua immersione etnica, in cui la ricerca della fonte del ritmo ne diviene l’elemento distintivo. Suoni dall’ampio spettro che risultano particolarmente vibranti e che pescano sia dalle proprie radici, che da quelle di culture anche molto differenti tra loro. Percussioni africane che incrociano elementi latini, suggestioni in battere e levare con la cassa dritta, commistioni arabe e asiatiche, campionamenti di flauti andini e melodie da isole caraibiche, voci ancestrali e rituali. I due mescolano tutto in un’amalgama che segue un percorso chiaro e lineare, che ha nella continua fruibilità la chiave di forza. Nessun passaggio risulta ridondante o pedante. Liberatori ma non troppo eccessivi, riflessivi ma mai estremamente concettuali. Hanno indovinato il giusto dosaggio degli elementi, che rende la loro performance la panacea psichedelica giusta per il corpo e per la mente. Sempre in movimento dietro i loro laptop, sequencers e campionatori, propongono estratti dai loro tre lavori in studio rielaborandoli e mischiandoli, arricchendoli con elementi esterni e donandogli una forma attuale e differente. Uno dei migliori esempi in circolazione del concetto di danza globale. Felipe Salmon e Rafael Pereira indossano sempre le loro maschere di rito e sono coadiuvati anche da visuals impeccabili e di grande impatto, che donano ulteriore profondità all’esibizione. Non è un caso infatti che i due, oltre ad essere gli alfieri del movimento Tropical Bass del loro Paese, siano anche due affermati grafici e progettisti della comunicazione visiva. Il loro sodalizio artistico nasce a Lima nel 2010 e vede la pubblicazione del loro primo disco ‘La Alianza Profana’ due anni dopo. La svolta si ha nel 2013, quando l’etichetta berlinese ‘Chusma Records’ ristampa l’album per il mercato europeo, asiatico ed australiano. Questo li porterà a suonare in giro in tutta Europa, anche in occasioni importanti. L’uscita dell’EP ‘Serpiente Dorata’ nel 2014 gli farà allargare gli orizzonti geografici e culturali del proprio suono, che culmineranno nella realizzazione di ‘Siete Raices’ del 2016. Nel frattempo i tour sono diventati mondiali, i festival sempre maggiori, tipo il Roskilde e i loro concerti sempre più apprezzati, come ad esempio è accaduto recentemente al Sonar. Quindi va bene che ieri sera forse c’era troppa concorrenza in città in ambito elettronico, ma la prossima volta che ricapitano, meritano assolutamente di essere visti da un pubblico maggiore. Free your mind and your ass will follow…

Cristiano Cervoni

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