Deflore @ Init [Roma, 29/Maggio/2010]

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Lili Refrain comincia ad “intrattenere” il pubblico alle 23 e 30. Suonerà per 40 minuti proponendo soprattutto i brani del suo ultimo album ‘9’. E’ sola sul palco e riesce bene. Crea ritmi e melodie che poi lascia al loop, continuando con la voce che fa tabula rasa del verbo, riducendo l’espressione e il gesto a puro suono e rendendo la voce strumento tra il lirico e il grottesco, tra l’urlo e il sussurro, lo strillo a squarciagola e il lamento insofferente. Con la chitarra ci sa fare, produce arpeggi elettrici dall’andamento decadente che suscitano un’atmosfera da oltretomba. Conclude la scena accasciandosi a terra, portando con sè la sua chitarra. Risale, saluta il pubblico sorridente e festosa ed esce di scena.

A mezzanotte e mezza entrano sul palco dell’Init Christian Ceccarelli detto “Christo” e Emiliano Di Lodovico detto “Emilionero”, il duo romano dei Deflore, formazione creata nel 2000, che in occasione del concerto compie il 10° compleanno e presenta il nuovo, terzo, album, ‘2 Degrees Of Separation’. Oltre alle nuove tracce, ripropongono i pezzi dei precedenti. Sono solo in due ma sembrano quattro o cinque, tanti quanti i suoni che producono. La loro filosofia e il loro sound provengono dall’idea della dualità uomo-macchina ed è per questo che cercano di eguagliare le parti dei rispettivi elementi, eliminandone uno fondamentale, il batterista, che sostituiscono con il supporto ritmico delle apparecchiature elettroniche, dapprima con una piccola drum-machine e poi ampliando l’organico elettronico, scoprendo nuovi strumenti e possibilità. Non sentono l’esigenza di allargare la line-up proprio perché vogliono dimostrare di suonare e gestire musica di una certa complessità senza elementi “umani” esterni. La SubSound Records è la casa discografica che nasce con il debut album dei Deflore e li accompagna anche nelle successive produzioni. Durante gli anni hanno cambiato pelle, la padronanza dei mezzi elettronici si è ampliata ed hanno sentito la necessità di inserire parti melodiche nella loro musica, elemento quasi assente nel primo ‘Human Ind[b]strial’. Il metodo compositivo si è evoluto, i brani si sono fatti più diretti, concisi ed elettronici, il sound è più sintetico e d’impatto, oltre ad una ricerca sonora più personale, con maggior cura negli arrangiamenti e utilizzo di sintetizzatori analogici e campionatori. Diversi i substrati sonori che emergono piano piano solo dopo diversi ascolti. C’è un grande lavoro dietro ad ogni brano, ogni cosa anche se “nascosta” da suoni più invadenti, è curata nel minimo particolare, niente viene lasciato al caso. Questo porta ad una stratificazione dei brani e ad una sovrapposizione sonora che può essere “decriptata” solo dopo qualche ascolto. Questo aspetto le permette di essere fruibile su più livelli, e di suscitare diverse emozioni o stati d’animo. La loro non è certo musica “semplice” o facilmente assimilabile.

Ciascuno ha il suo “banchetto” davanti a sè. Christian è al basso, e si occupa di programming, machines, loops & samples, sinths and radio noises; Emiliano alla chitarra elettrica fa il resto: ancora loops, amplified metals, megaphone and radio frequencies. Sono comunque coadiuvati da un terzo elemento, dietro di loro, al Mac. Aprono con un intro a cui segue la serie dei quattro nuovi brani del nuovo album: ‘La Guerra degli Orsi’, ‘Morbo32’, ‘Trilogy of Gas’, ‘Doppiozero’, per poi riproporre ‘Lexodub 2’, con la sua eco rarefatta di interferenze meccaniche, ‘Home’, con sfondo ritmico di ruvida batteria, la impetuosa, veemente e poi cheta ‘Emostatico’ di ‘Human Indu[b]strial’ (2006), e per finire l’ultima, allarmante, ‘Industrial Glamour’; in bis, l’adrenalinica ‘Signal’ e ‘Tracktotank’, marcia funesta e incazzata, di ‘Egodrive’ (2008). Ciò che accomuna tutti i brani è che nei pezzi non ci sono testi, se non campionati e distorti, è tutto strumentale, e rientriamo in una musica che è commistione di metal, elettronica e industriale con influenze che vanno da i Godflesh, Neurosis fino ai Massive Attack e Portishead. Lo stile è cupo e aggressivo. Ci sono momenti nella tracce che ci lasciano sospesi con arpeggi di chitarra elettrica, inquietantemente melodici, che approdano a scariche percussive techno, dall’effetto dirompente, di impatto sonoro potente e incisivo, con sottofondo di suoni striduli e noise, e momenti di atmosfera rarefatta e drammatica, vedi oltre a ‘Industrial glamour’ anche ‘Emostatico’ o ‘Signal’. Ci sono molte sonorità industriali e proiezioni visuali create ad hoc per la loro musica (non potevano mancare le immagini dei contributi video in bianco e nero, alle loro spalle, di ‘Metropolis’ del “profetico” Fritz Lang), rumori metalmeccanici (il simbolo/logo/marchio del duo è una ruota dentata meccanica) e atmosfere lugubri e psichedeliche (tra le loro influenze anche i Pink Floyd). Un mix esplosivo di eccitanti grooves, heavy distorsioni strumentali, e un sound che spacca davvero. La sala non è molto gremita, ma attenta, e c’è chi inevitabilmente si scatena, seguendo il bassista Christian che fa su e giù con la testa e con il corpo, sfoggiando la sua chioma che sembrava non avere. Assistere ai loro concerti è una è una forte scarica di adrenalina. Il loro è uno spettacolo di qualità e di potenza che rispecchia il grande successo e la copertura da parte della stampa europea, in particolare quella tedesca, avuto con i precedenti album e i favorevolissimi articoli e recensioni della critica, soprattutto per ‘Human Indu[b]strial’ che li ha fatti conoscere a livello internazionale.

Cristiano De Vincenzi

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