Deerhunter @ Teatro Espace [Torino, 6/Aprile/2011]

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Dopo un primo disco consumato nel lettore e un secondo ascoltato distrattamente finalmente ho l’occasione di godermi i deerhunter senza dover sconfinare nella (non troppo) limitrofa Milano, usuale nell’ospitare concerti di questo calibro. L’imprecisato orario di inizio mi permette di ascoltare l’intero set dei Lower Dens che sembrano i Blonde Redhead misti ai Beach House più fuzzosi, anche se alla lunga si rivelano ripetitivi nella struttura delle canzoni. Rimandati a settembre.

Senza troppe presentazioni e fronzoli del caso spunta dalle quinte il magrissimo Bradford Cox e a seguire il resto dei Deerhunter in una formazione più che classica: 2 chitarre, basso e batteria. Mi aspettavo synth o altro e invece nulla. La prima parte è territorio di competenza di ‘Halcyon Digest’ ultimo lavoro meno dispersivo del doppio ‘Microcastle’ e più a fuoco come scrittura. I suoni però rimangono quelli che si sentono su supporto fisico: ovvero riverberi e delay su voci e chitarre, loop insistenti e dilatazioni strumentali in quasi ogni pezzo. La rappresentativa ‘Nothing Ever Happened To Me’ dura quasi 8 minuti tanto viene prolungato l’intermezzo sostenuto da un giro di basso ipnotico. L’impatto dal vivo è notevole e chiarifica ancora di più, se possibile, le influenze dei My Bloody Valentine; in alcuni punti il muro sonoro è così compatto che la voce si perde per diventare il quinto strumento sul palco (scopro a fine concerto che gli effetti della voce non sono generati da banco mixer, bensì da due pedali presenti sul palco). Musica per pedali e riverberi fatta da quattro ragazzi che potresti incontrare sul bus la mattina presto, con gli occhi assonnati, ma che nella loro testa stanno già pensando a quale pedale schiacciare per portarti altrove.

Andrea Sassano

1 COMMENT

  1. Insomma, pare che a torino abbiano fatto la cover dei magazine (The Light Pours Out of Me) fatta alla BBC. A bologna purtroppo no, peccato. Ad ogni modo, ecco l’esempio di una band che non ruba il suono ai padri ma – come dovrebe essere – ha avuto la sensibilità di impararne la lezione e farla propria; una band che ha delle peculiarità, un suono molto riconoscibile, ma sa pure declinarlo in modi diversi; una band a cui vai al concerto, chiudi gli occhi e ti porta dove vuoi e la sensazione del viaggio non è un’esagerazione ma aderentissima alla realtà di quegli istanti; una band che ti chiedi la tastiera dov’è, l’artificio dov’è e invece sono solo loro quattro, sorridenti e assorti nei delay. Menzione d’onore per Lockett Pundt, il vero alienato della cricca. Sublimi. (scusa l’intrusione, non ho resistito)

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