Deerhunter @ Santeria [Milano, 29/Maggio/2019]

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Sono passati pochi mesi dall’uscita di “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”, ottava fatica discografica dei Deerhunter, e la band capitanata da Bradford Cox è tornata in Italia per la prima di due date italiane a supporto del nuovo album. Ad accoglierli, in una tiepida serata primaverile, è stato il Santeria Social Club di Milano, ben lontano dal far registrare il tutto esaurito, ma comunque caloroso e partecipe per il live di una band che, nonostante la grande considerazione a livello internazionale e i sempre positivi riscontri in termini di critica, fatica ancora a raggiungere lo status che meriterebbe. Dopo l’opening act di Verano, coadiuvata anche da Daniele Carretti aka Felpa degli Offlaga Disco Pax, la band di Atlanta si è presentata sul palco puntuale, inaugurando con “Intro/Cryptograms” una scaletta folta, ma condensata in circa ottanta minuti di live. L’impatto è stato subito violentissimo, anche per merito dei volumi alti, capaci di esaltare suoni spesso più robusti e graffiati che su disco. Il rovescio della medaglia è una voce a tratti sovrastata dai fraseggi di Josh Fauver e Lockett Pundt, ma soprattutto dal martellare incessante del batterista Moses Archuleta, impeccabile nel corso di tutta la serata. Inevitabilmente, oltre un terzo della scaletta è stata dedicata al nuovo album, solido anche in sede live, al netto della sua decisa virata verso una neo-psichedelia che ammicca al pop e che live suona a tratti barocca, ma nella sua accezione più positiva. Dopo la tripletta di brani del nuovo album (“Death in Midsummer”, “No One’s Sleeping”, “What Happens To People?”), accolti come instant classic dai presenti, sono arrivate le deliziose “Helicopter” e “Revival”, estratte da “Halcyon Digest”, comunemente ritenuto il capolavoro della band, quindi la dolce parentesi di “Futurism”, introdotta da un breve monologo sull’avanguardia che ha visto la luce a Milano proprio all’alba del secolo scorso e da una battuta sulla deriva filo-fascista del suo fondatore Filippo Tommaso Marinetti. Il rock obliquo, cerebrale e contaminato di psichedelia ha quindi ceduto il passo al crescendo simil-shoegaze di “Desire Lines” e al tunnel onirico di “Take Care”, con due code di un’intensità da pelle d’oca, che ha suggerito addirittura un’atmosfera di fine concerto a qualcuno dei nostri vicini, ma non è stato così: “Plains” si è adagiata su schemi psychedelic pop, nonostante il suo sound granitico in sede live, poi “Disappearing Ink” è tornata ad aggredire frontalmente, con il suo indie rock ipnotico, ma la vera sorpresa è stata la splendida “Coronado”, sghemba e muscolare più che su disco, con l’unico piccolo neo di un sax troppo basso, a tratti nascosto dal gorgogliare delle chitarre e da un indemoniato Moses Archuleta sullo sfondo. Le allucinazioni psichedeliche di “Nocturne” hanno suggellato una straordinaria prima parte di live, pochi minuti dopo ripartito dalla grazia e dall’eleganza di “Cover Me (Slowly)” e “Agoraphobia”, quasi legate fra loro, a tracciare i contorni di un sogno a occhi aperti, poi sfumato nel caos garage-psych di “Monomania”, con una coda violenta ed esplosiva, salutata da applausi durati fino a quando non si sono esauriti i feedback. Se il rock internazionale vive una fase di stanca, i Deerhunter possono rappresentare un appiglio per tutti i fedelissimi del genere: in studio, come in sede live, la regolarità mostrata nel corso di tre lustri di carriera, con tutte le virate stilistiche di cui sono stati protagonisti, non può e non deve passare inosservata.

Piergiuseppe Lippolis

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