Deerhunter @ Palazzo Candiotti [Foligno, 27/Giugno/2013]

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Torino. Milano. Bologna. Dublino. Negli anni sono sempre stato attento alle date programmate dai Deerhunter nel mio paese o nei luoghi dove mi trovavo a transitare, ma ciò non è bastato, visto che per un motivo o per un altro non sono mai riuscito a gustarmeli dal vivo. Così, quando ho scovato la loro data a Foligno, ultima del loro mini tour italiano per presentare il nuovo album ‘Monomania’, ho deciso che stavolta nessuno avrebbe potuto togliermi la soddisfazione di ascoltare e valutare dal vivo una performance dei cacciatori di cervi. Il live è integrato nel programma del Dancity, un festival che si tiene da ormai otto anni nella cittadina umbra, con crescente successo, e che darà modo di visitare molte location incantevoli della città, grazie al suo carattere itinerante. Si va infatti da Piazza San Domenico al locale Auditorium, dal club Serendipity fino al Palazzo Candiotti, nel cui cortile interno si esibiranno appunto i Deerhunter. A dire il vero la band di Bradford Cox è un po’ la mosca bianca della line up, non avendo una connotazione propriamente elettronica come quella degli altri 28 (ventotto!) nomi in scaletta. Già nei giorni precedenti, gli amici che li avevano ascoltati a Milano e Bologna, mi avevano preannunciato qualcosa sul loro perfezionismo quasi maniacale e su come la vita dei fonici venisse resa un inferno dalle invettive della band, presa com’era a cercare una perfezione sonora ed un equilibrio che forse esisteva soltanto nelle loro menti. Intorno alle 17:30, avendo la possibilità di assistere al soundcheck, mi basterà un attimo per notare che quello che mi avevano preannunciato verrà confermato in maniera quasi totale: la guerra con i fonici fatta dagli statunitensi, infatti, farebbe sembrare un agnellino persino quel Kevin Shields dei My Bloody Valentine che avevamo visto giusto un mese fa rovinare la giornata e la reputazione ai tecnici dell’Orion di Ciampino.

Cinque ore dopo mi ripresento puntuale nel cortile di Palazzo Candiotti, per assistere finalmente alla performance di una band da me a lungo rincorsa e naturalmente molto attesa, tanto per vero e proprio interesse, quanto per una sorta di sfida personale. Ma evidentemente in questa serata non sono il solo a fare della puntualità la propria prerogativa: un acquazzone che sarebbe eccessivo anche nella stagione delle piogge, si abbatte sui presenti, ovviamente non equipaggiati per tali capovolgimenti atmosferici. Dopo aver lasciato bagnare tutti i miei vestiti, trovo posto sotto al gazebo che copre la postazione dei fonici, insieme ad altri ragazzi con i quali condivido stupore ed insofferenza. Fortunatamente il quintetto di Atlanta, Georgia, la prende bene e seppure con un po’ di ritardo inizia a suonare, motivando i presenti con parole che suonano più o meno così: “ok, sta piovendo ma può essere lo stesso molto speciale”. Quando la formazione, cambiata molto spesso nel corso degli anni, si presenta con una versione “diluita” della già melensa ‘Earthquake’, con amara ironia sottolineo che ci mancava solo questo (il titolo significa “terremoto”) per rendere ancora più “magico” questo primo scorcio d’estate. Battute a parte, l’introduzione fa calare la giusta atmosfera tra i presenti e mette di buon umore anche il cielo, che smette di mandare giù la sua apparentemente interminabile scorta di acqua. Finalmente possiamo così farci coraggio ed avvicinarci alle prime file, proprio mentre Bradford inveisce contro il tecnico del suono e l’impianto, ve lo giuro, salta. Mani nei capelli per i ragazzi della band e disperazione sul mio volto, mentre il frontman dopo essersi informato sulla natura del danno, inizia a tranquillizzare gli spettatori con fare da speaker della metropolitana. La mezzora successiva, quella necessaria ai musicisti per poter tornare a fare il proprio lavoro ed ai presenti per asciugarsi dalla pioggia, la occupo passando in rassegna le varie località dove potrei andare a farmi benedire: Medjugorie, Lourdes, Calcutta, Assisi. Quando ormai ho optato per il Divino Amore, decisamente più di strada e neanche troppo lontano da quel Rock in Roma dove passerò varie serate quest’estate, i ragazzi potranno riprendere a suonare, ed io ovviamente potrò mettere da parte i miei malsani propositi. Mentre la setlist prende forma ci rendiamo conto che quasi tutti i brani sono tratti dagli ultimi due album, ‘Halcyon Digest’ e ‘Monomania’ e che la scaletta è in crescendo, così come l’apprezzamento dei presenti. Verso metà live Cox chiede al pubblico se vuole un po’ di boogie-woogie e li invita a battere le mani mentre parte ‘Desire Lines’, cantata dall’incappucciato chitarrista Lockett Pundt e considerata da noi il miglior brano della loro intera produzione. Il finale, psichedelico e ripetitivo, ci darà modo di notare che a muovere le teste saranno anche quelli che pochi minuti prima ci avevano detto di conoscere ben poco la band. Dopo la cover di ‘Blue Milk’ degli Stereolab, gli ultimi tre brani saranno tutti estratti dall’ultima fatica discografica e verranno persino proposti con la stessa sequenza dell’album: si partirà con la raffinata ‘THM’, raramente proposta live, ma secondo noi meritevole di non uscire mai più dalla scaletta. Poi sarà il turno di ‘Back To The Middle’, probabilmente il brano più pop del novero, nel corso della quale Bradford Cox mostrerà, a chi non se ne era accorto, che il suo frangettone nero corvino altro non era che una parrucca. La conclusione verrà affidata alla monumentale ‘Monomania’, con un finale in cui la parola che dà il titolo al brano (e all’album) verrà ripetuta così insistentemente da farle quasi perdere il senso.

A questo punto, invece di proporre un paio di classici encore, i georgiani ci sorprenderanno con ben 25 minuti di puro noise (per dire, l’holocaust section dei MBV durava 10, ed in quel caso c’erano i tappi per le orecchie a disposizione di chi voleva) con Bradford e Lockett sdraiati per terra a “pizzicare” i propri strumenti musicali. Il pubblico merita un plauso per essere restato compatto ed incuriosito ad assistere a questa rarità, incantato nonostante il biglietto della serata comprendesse la possibilità di partecipare al contemporaneo live di Shackleton nell’adiacente Auditorium. Rintronati, bagnati e con le orecchie che fischiano, quando i Deerhunter abbandoneranno il palco, ci avvieremo proprio lì ad ascoltare un genere musicale completamente differente. E lo stesso faremo nei successivi due giorni, tutti all’insegna dell’elettronica, passando tra Ghost Poet, Ben Clock, Zombie Zombie, giusto per menzionarne alcuni, fino ad arrivare alla chiusura con la performance del fenomenale James Holden. Ma al nostro ritorno a Roma, stanchi e felici, ci ronzerà ancora in testa il finale del primo concerto ascoltato la prima sera, con quel Mo-no-ma-ni-a scandito senza sosta per secondi, o forse minuti, ma che ci resterà in testa ancora per giorni e giorni.

Andrea Lucarini

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