Deerhunter @ Bronson [Ravenna, 13/Novembre/2015]

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C’è chi viaggia per lavoro e chi lavora per viaggiare. Sottocategoria: c’è chi sogna la California e chi invece scalpita per mesi in attesa di partire alla volta della Pianura Padana, in novembre. Tale è l’entusiasmo che ci si rende conto solo durante la sosta all’ultimo autogrill prima di Ravenna che si è partiti di venerdì 13. La scaramanzia è una brutta bestia, come un gatto nero, ma più che altro è suggestione. Così, dopo essere ripartiti, prendiamo come un segno la fittissima nebbia che d’improvviso ci avvolge, ma non sarà certo un po’ di foschia ad allontanarci dal nostro obiettivo. È il nostro esordio al Bronson, e ci arriviamo con un consistente anticipo. Entriamo nel parcheggio in contemporanea col ragazzo delle pizze, che dopo essersi fatto strada con lo scooter tra la nebbia, scende dalla sella ed entra nel locale con in mano dei cartoni. Le pizze saranno per la band? Bradford Cox tollera carboidrati nella sua dieta? Neanche il tempo di scendere dalla macchina per andare a sbirciare che il pizza boy chiude la porta dietro di sé e ci taglia fuori dai possibili e ancora non meglio formulati sogni di gloria. Non resta che andarci a procacciare noi stessi del cibo, e la scelta ricadrà sui tipici passatelli, uno degli elementi del festival musical-culinario Passatelli In Bronson che avrà luogo appunto nel locale ravennate sotto Natale e del quale organizzeremo in autonomia una degna anteprima.

Il Bronson è una sala concerti con tutti i crismi. Un palco alto e spazioso, un lungo bancone del bar, un’ampia zona per il merchandising, una via di fuga per fumare e chiacchierare. 690 presenti garantirebbero il sold out che comunque non arriva, anche se non ci si va lontani. L’ottima programmazione porta a Ravenna i Deerhunter, per la seconda e ultima tappa italiana, dopo quella milanese del giorno precedente. L’inizio dei live è previsto per le 21:45 e, come per magia, alle 21:45 Bradford Cox sale sul palco. È la prima occasione in cui ci capita di vedere il cantante di una band che fa da opening act al suo progetto principale. Camicia da boscaiolo e cappellino marrone di velluto, questa la mise con la quale si presenta al pubblico nella veste di Atlas Sound, moniker usato per la sua carriera solista. Dei suoi trentatré anni gran parte li ha dedicati alla musica, anche per superare le sofferenze dovute alla sindrome di Marfan, rara patologia genetica che lo ha colpito, influendo sul suo corpo, rendendo difficili i suoi rapporti interpersonali e facendogli mettere anima e corpo sulla sua passione. In questo progetto c’è tutto ciò che non poteva essere inserito nei lavori della band, tra sperimentazioni casalinghe registrate su mangianastri ed electro-pop. Quattro i dischi pubblicati, uno all’anno dal 2008 al 2011. Nella mezzora del suo set ci attrarrà più il suo eclettismo della musica in sé, che invece non incontrerà il nostro gusto.

Giusto il tempo di scoprire il giardino del locale, fumare una sigaretta sui comodi divanetti, e si torna dentro. Ci collochiamo sul lato sinistro del palco, a un metro scarso da Bradford Cox, che al suo ritorno, stavolta con i Deerhunter, si presenta con abiti più sciatti e senza il cappello, svelando la sempre più incipiente calvizie. Visto da vicino, con le ossa lunghe e spigolose, la magrezza estrema e le grandi mani che avvolgono uno Spritz, ci sembra un personaggio da film, e non c’è da stupirsi se è stato scelto per far parte del cast di “Dallas Buyers Club”, successo ai botteghini dell’anno 2013 ed esordio cinematografico del cantante. Secondo alcuni è proprio questo il motivo che ha fatto toccare vette più alte al successo della band, ma noi speriamo e siamo convinti che il motivo principale sia la qualità della musica. Il settimo disco in un decennio, ‘Fading Frontier’, è stato presentato con la frase “Sounds like Inxs” ed effettivamente si discosta del tutto dagli ultimi lavori, specie dal celebratissimo ‘Monomania’, cassato dalla scaletta del Fading FronTour, scelta che ci permetterà di  assistere al concerto senza le orecchie foderate di prosciutto per via dell’amore incondizionato per i pezzi di quel disco, nostro album dell’anno 2013. Garage, noise, indie rock, shoegaze e psych lasciano il posto a qualcosa di molto dreamy e luminoso, come se i Beach House interpretassero pezzi dei Deerhunter. Si dice che questo ammorbidimento nei suoni sia dovuto anche al difficile periodo passato da Cox che se l’è vista brutta dopo un incidente stradale, ma l’anima rock della band non esiterà a uscir fuori, sin dal pezzo d’apertura, quando ‘Desire Lines’, tratto da ‘Halcyon Digest’,  porterà subito la folla alla giusta temperatura. Sul palco ci sono gli altri tre elementi che compongono i cacciatori di renne di Atlanta, Georgia: l’altro fondatore, insieme al cantante, chitarrista e tastierista Cox, è il batterista Moses Archuleta, con la t-shirt dei PIL, poi il chitarrista e tastierista Lockett Pundt, noto anche per il progetto Lotus Plaza, che metterà la voce in due brani (il già menzionato pezzo di apertura e il primo dell’encore), infine Josh McKay, bassista. Non c’è più l’altro chitarrista Frankie Broyles, che sta tentando la carriera solista, ma non è stato sostituito. Mai ripetitivi e difficilmente catalogabili, oltre a tutte le hit del penultimo acclamatissimo album terranno fuori dal set anche il primo singolo del nuovo, ‘Snakeskin’. Ci sarà un siparietto quando Cox, vocalmente non impeccabile nei primi pezzi, in apparenza perché impegnato a cazzeggiare, se la prenderà urlando come un ossesso in direzione di Archuleta, prima di dire al pubblico “tranquilli, è mio fratello”. Così, quando il batterista gli dirà qualcosa all’orecchio e se ne andrà dietro le quinte, lasciando Bradford a ridere amaramente, resteremo interdetti: sarà andato via a causa della lite o si tratterà di un semplice richiamo della natura? La risposta sarà nella seconda opzione. Nel frattempo gli altri musicisti si avventureranno in una jam, presto raggiunti dal loro compagno alla batteria, fino a che Cox non griderà STOP, interrompendo di colpo, e con un eccesso di protagonismo, qualcosa che iniziava a essere molto divertente per tutti. Prima di ‘Take Care’, uno dei pezzi migliori dell’ultimo disco, il frontman dirà di volerla dedicare a se stesso, riferendosi con ogni probabilità ai recenti problemi di salute che si è messo alle spalle. A seguire ‘Nothing Ever Happened’, tratta da ‘Microcastle’ e presentata in una versione lunghissima ed ossessiva che ci sembrerà durare almeno venti minuti e ci darà modo di apprezzare appieno la bravura tecnica e l’entusiasmo dei componenti la band. Ma a questo punto le brutte notizie da Parigi sono già arrivate. All’inizio sembra roba da poco, o forse cerchiamo di convincerci che sia così, appigliandoci alle confuse notizie che giungono dai telefoni altrui. Poi troviamo la forza di verificare in prima persona, ma internet decide di non funzionare, per la prima volta nella serata. Così attendiamo il finale del concerto mentre da una parte guardiamo la bravura e spensieratezza dei Deerhunter e dall’altra aspettiamo il momento in cui finiranno, per uscire e capire di più su quello che sembra essere un gran casino. L’encore passa veloce, inizia con ‘Ad Astra’, dall’ultimo disco, cantata da Pundt, e finisce con ‘Agoraphobia’, col microfono che torna a Cox. È un bellissimo concerto, completo, totalmente diverso rispetto al loro precedente al quale avevamo assistito in quel di Foligno tre anni fa. Sembrano quasi essere stati live di due band diverse, ma sono sempre loro, dei bravissimi musicisti, mai uguali a sé stessi. Chiamateci pure empi e miscredenti, ma è per serate come queste che viviamo, e per quanto ci riguarda potete farvi saltare in aria anche tutti,  le nostre abitudini non cambieranno.

Dedicato alle vittime innocenti del Bataclan, morte seguendo la propria passione.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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