Dee Dee & Brandon @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Novembre/2011]

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Una scelta di cuore prima ancora che di testa. Kristen Gundred e Brandon Welchez uniti nella vita e dalla vita artistica germogliata sotto il sole della California, sotto il sole dell’incantata San Diego, da dove tutto ha inizio, e più precisamente dall’Università dello stato americano, da Santa Cruz. Le lancette vanno posizionate all’indietro di soli cinque anni, quando la giovane signorina Gundred, cresciuta a sciroppo d’acero e Beach Boys da una madre tutta pepe, tra un’aula magna e l’altra incrocia i destini di John Paul Labno e Michael Krechnyak. Nomi qualsiasi se non fosse che di lì a breve i tre decideranno di formare i Grand Ole Party. Bruciano le tappe, ad inizio 2007 infatti debuttano con il garage rock (punk?) di ‘Humanimals’ prodotto da Blake Sennet dei Rilo Kiley (formazione guidata dalla graziosa al quadrato Jenny Lewis), irrompendo nella quiete ordinata di una San Diego che da subito li elegge come miglior band “alternativa” dell’anno. Ma l’euforia dura poco e nell’estate del 2009 il trio si scioglie non prima di aver registrato e chiuso in un cassetto un secondo album (‘Under Our Skin’) che ha visto la luce solo nell’agosto scorso via DH Records. La storia della Kristen sbarazzina è quindi nota a (quasi) tutti, belli e brutti, decide di chiamare il suo gruppo omaggiando i preziosi Vaselines e il sempiterno Iggy Pop, optando per un personale quanto orecchiabile pseudonimo: Dee Dee. Dopo un paio di EP di circostanza locale è la rinnovata Sub Pop a fiutare l’affare prendendola sotto la propria calda cappella. Le Dum Dum Girls prendono idealmente la testa del movimento a bassa fedeltà che noi qui su queste pagine amiamo chiamare amichevolmente (quanto per convenzione) “Coast To Coast”.

Quando Kristen è ancora impegnata con i GOP il futuro maritino Brandon ha appena terminato un’esperienza post hardcore del quartierino dal nome Some Girls ma soprattutto è reduce da quella ben più consistente in seno ai The Plot to Blow Up the Eiffel Tower (“everything from smashing the stage, molesting the microphone to random acts of homo-erotic behavior”) che condivide con il compagnuccio Charles Rowell futura spalla nei Crocodiles. Prima che i due però facciano partire la nuova band, va ricordato come lo stesso Welchez sia protagonista nei The Prayers, band che condivide con il batterista Brian Hill (finirà negli ottimi The Soft Pack) e col bassista Willy Graves che invece perderà la vità nel 2008. Una volta finita l’avventura dopo un EP ed un solo tour, e dopo aver sporadicamente raggiunto la mogliettina nelle DDG (il primo EP delle ragazze esce proprio per la piccola ZOO Music da lui fondata), Welchez alza il telefono e spiega a Rowell l’idea a nome Crocodiles. La storia è quindi (quasi) nota a tutti, sempre belli e sempre brutti, anche in questo caso. Due lavori per Dee e compagne, due lavori per Welchez & Rowell, che non hanno certo sovvertito le sorti del rock’n’roll post-nuovo millennio (soprattutto dal vivo) ma che hanno comunque contribuito ad un sostanzioso replay di sonorità prettamente ’60-surf-Beach Boys-spectoriane, utili all’arricchimento dei background di giovani adepti, seguaci di un suono affascinante, essenziale e dannatamente ancora attuale, seppur superato solo dalla caducità del tempo.

Il “Fire Of Love Tour” della coppia tocca l’Italia per ben otto date e a Roma (terza tappa) capita in una domenica ancora stordita positivamente dal blocco stradale (peraltro conclusosi alle 18) che solo i fortunati marchiati Euro 5 hanno potuto sfidare gaudenti e sorridenti. Ecco perchè sono di buon umore e mi affido al compare di tante battaglie sotto palco, contro il freddo e a cavallo del weekend Aguirre, per dar degna conclusione al giorno più ottenebrato della settimana, avvelenato dal coprifuoco pre-post calcistico e dall’atavica stanchezza congenita di chi guarda al lunedì lavorativo come ad un baratro senza via d’uscita. Il nostro anticipo è grande ma utile per il caffettino fuori archi e per discorrere della vita appena passata, così il tempo scorre è qualche minuto dopo le 22 il palco scarno dove sono presenti solo due sedie, si riempie con le figure di lei e di lui. La sala è semi-vuota, un saluto conciso e la loro performance ha inizio con ‘Flash Of Light’ guidata da una scaletta rigorosamente scritta a mano e in corsivo (guarda video). I brani sono in alternanza: Crocodiles e Dum Dum Girls, cantati dalla voce principale, dal titolare della propria band tanto per intenderci, le versioni sono corali e piacevolissime, un tuffo negli anni ’60 della loro personalissima California, ballate d’acustico vestite che si lasciano ascoltare in un’atmosfera che avrebbe meritato a dire il vero ancor più intimità, ma sono dettagli che è inutile sottolineare se riferiti a poco meno di un’ora di esibizione di questo genere. Nel mezzo qualche ringraziamento, Brandon che esprime la sua gioia di essere tornato in Italia e a Roma in particolare, qualche sorso di vino rosso, i loro sguardi d’intesa, mentre riconosciamo dalla parte maschile – a parte l’inizio sopra descritto – anche ‘Stoned To Death’, ‘I Wanna Kill’ e l’ottima chiusura ‘Sleep Forever’, quindi dalla parte femminile soprattutto ‘Bedroom Eyes’, la chicca ‘Catholicked’ di Patti Smith presente nell’EP di debutto delle DDG e ‘Rest Of Our Lives’. Null’altro da aggiungere in una piccola serata di quasi inverno passata in totale serenità d’animo e d’amore.

Emanuele Tamagnini

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