Death Grips @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Maggio/2013]

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Un’onda d’urto impressionante, un set tiratissimo, senza respiro, senza cedimenti. Una prova mostruosa quella dei Death Grips stasera al Circolo. Lo scrivo così, senza troppi giri di parole. Avevo qualche dubbio, leggendo capirete. Ma ora nulla più, tutto spazzato via, anzi dico con certezza che un live dei Death Grips è quanto di più coinvolgente, aggressivo e devastante possa capitarvi. Poco importa se abbiate ascoltato e/o apprezzato i lavori del trio californiano. Io so solo che avrei voluto vederli dal vivo già da tempo, praticamente dopo aver compreso della presenza nella lineup del tentacolare Zack Hill alla batteria, al cui sol pronunciare il nome quasi piango, rimembrando uno spettacolare set anni fa in terra d’Albione di quelli Hella mai troppo incensati come avrebbero meritato e dopo aver comunque apprezzato molte delle sue decine di produzioni soliste o in collaborazione fra gli altri con Team Sleep, Marnie Stern, No Age. Un monumento vivente del rumore degli anni zero che nonostante tutto ritenevo sprecato nell’ambito di un progetto hip hop, per quanto sperimentale e di cui comunque stavo apprezzando il mixtape d’esordio, ‘Ex-Military’, messo onine nel 2011. E cosa scopro solo un paio di giorni fa? Che Hill non sarà della partita, è rimasto a casa per lavorare a al prossimo album dei Death Grips e ad un film di cui loro stessi realizzeranno la colonna sonora. La defezione di Hill rinforza la mia idea di trovarmi di fronte a una band decisamente vogliosa di produrre ma che di certo non brilla per capacità promozionali e di gestione: l’anno scorso, di questi tempi, avevano pure annunciato e poi annullato un tour europeo (che mi avrebbe permesso di vederli all’opera nell’ambito dell’ATP I’ll Be Your Mirror a Londra) per ultimare il loro secondo LP ‘No Love, Deep Web’, disco che avrebbero voluto rilasciare sempre nel corso del 2012, dopo aver già pubblicato a marzo quel ‘The Money Store’ che aveva spinto la band perfino in un’ottica di hype mica male. Avrebbero poi pensato bene, a ottobre, di mettere online a costo zero quell’album e con tanto di cazzo in copertina, come ripicca alla major Epic per cui avevano nel frattempo firmato, tutt’altro che desiderosa di rilasciare due lavori della stessa band in pochi mesi e nello stesso anno solare. Conseguentemente scaricati dalla label, è lecito pensare che non possiedano neppure i master degli album o che non possano almeno neanche commercializzarli durante i tour, prova ne è un banchetto merch estremamente povero, solo due t-shirt dal costo invitante di 10 euro l’una. Compro quella con la cover di ‘The Money Store’, attanagliato dai dubbi appena elencati.

Dubbi leciti o no, per incenerirli sono bastati 45 minuti, tanto è durato il live e sparerò a vista a chiunque dovesse commentare “Ma come, così poco?”. Sì, tanto è bastato al producer Andy Morin, tastiere e sampler, coperto dal cappuccio d’ordinanza, e soprattutto a Stefan “MC Ride” Burnett alla voce per annichilire i presenti. La mente e il braccio. Basi durissime, distorte, una via l’altra, pure tra techno grezza e “drops” da dubstep tamarra, volumi altissimi e basse frequenze, questo il piatto. A riempirlo ci pensa Burnett, pantaloni e scarpe scure, petto nudo e tatuaggi in vista, barba e litri di sudore, flessuoso come un puma, non faccio che pensare che in tre con Hill ci sarebbero stati stretti sullo stage del Circolo perché Burnett il palco se lo mangia, lo addenta, con le sue movenze da stregone voodoo invasato, le urla deliranti, le braccia sempre in movimento come fossero ali, un fascio di nervi e muscoli ispirato e selvaggio che sputa parola come proiettili, di getto e dallo stomaco, con una rabbia e una ferocia rare. Forse ciò che mancava, ci penso lì per lì, a un altro combo di hip hop alternativo, pur apprezzato tante volte dal vivo come i Dalek, unico paragone calzante a balzarmi in mente. Distogliendo l’attenzione dal palco, guardo il pubblico: prima inebetito, poi vittima consapevole e divertita del rito, come un baccanale dove la musica stordisce sempre di più e non si può fare a meno prima di agitare il braccio come in qualsiasi set rap, poi dondolare la testa, infine perdere ogni inibizione e via fino a saltare, agitarsi, ballare, tutti quanti ostaggi di ritmiche serrate e dei sermoni declamati marzialmente, da ‘Aye, Aye’ alla durissima ‘Guillotine’ fino alla più cazzona ‘I’ve Seen Footage’, il momento più delirante, top del concerto sopra e sotto il palco. Una sola brevissima pausa, giusto per detergersi velocemente il sudore. Poi, dopo tre quarti d’ora esatti, solo una mano alzata da Morin in segno di saluto, prima di staccare la spina del suo laptop e dileguarsi mentre Burnett è già sparito. Finisce così, tra sguardi attoniti, orecchie che fischiano e commenti di stupore da chiunque. Micidiali, stupefacenti Death Grips. E mancava pure Zack Hill.

Piero Apruzzese