Deafheaven @ Traffic [Roma, 4/Giugno/2014]

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Recarsi al Traffic per un concerto metal è una buona e sana abitudine. Fa strano, tuttavia, trovare al suo interno un pubblico molto più eterogeneo del solito: ai visi di sempre si affiancano ascoltatori di estrazione musicale diversa che è più facile incontrare al Circolo degli Artisti o all’INIT (no, non siamo stalker, la verità è che il “giro” di chi frequenta i live romani non è poi numericamente nutrito e vario come si immaginerebbe da fuori). Merito di un’apertura mentale sempre più diffusa tra chi ascolta musica a Roma? Sicuramente merito dei Deafheaven, la band che è riuscita più di altre ad esportare il black metal alle orecchie di chi non è mai stato davvero avvezzo a certe sonorità, tralasciando i clichés del genere (face-painting in primis) e contaminandolo con forti influenze shoegaze e post-rock, nel solco di quanto fatto in Francia dagli Alcest ma con le debite differenze. Il caloroso apprezzamento di Pitchfork e la presenza nei cartelloni di festival eterogenei come il Primavera hanno fatto il resto, con buona pace di quei metallari che ritenevano impossibile pubblicare un disco black metal con una copertina in cui il colore predominante è il rosa (il riferimento è al secondo album dei californiani, il meraviglioso e universalmente acclamato ‘Sunbather’). La provenienza americana stupisce poi quanti – poco informati – immaginavano che solo gli scandinavi fossero dediti al genere: Xasthur, Leviathan, Von, Nachtmystium, Wolves In The Throne Room e altri hanno dimostrato nel corso degli anni quanto certo metal estremo abbia attecchito negli USA.

Carichi di curiosità raggiungiamo il locale di Tor Sapienza quando i Dreariness si sono già esibiti e sul palco stanno suonando i Tomydeepestego. I cinque romani propongono un post-hardcore strumentale dalle reminiscenze metal che ricorda per certi versi i migliori Pelican. Grazie a suoni ottimi e ben calibrati (l’impianto del Traffic non è più una sorpresa in tal senso) l’esibizione si dispiega potente e funge da azzeccato antipasto per le orecchie dei presenti. Qualche minuto dopo le 23.30, accompagnati da una calma intro che preannuncia la tempesta, salgono sul palco i Deafheaven, accolti dalle ovazioni di un pubblico cospicuo ed esaltato soprattutto nelle prime file. Look da nerd, capelli corti, magliette discrete (il bassista Stephen Clark indossa quella dei Destruction Unit): siamo anni luce lontani da ciò a cui la tradizione black metal ci aveva abituati. Al centro si staglia il cantante George Clarke, di nero vestito, dalla presenza scenica magnetica: appena giunto on stage aizza i presenti con pochi, decisi gesti. Gli astanti rispondono con convinzione, il riff di ‘Dream House’ squarcia il Traffic  e dà il via alla distruzione. Sfuriate di batteria in blast-beat, chitarre zanzarose, scream potenti e acutissimi: ci sono tutti gli ingredienti del black metal. A questi elementi si aggiungono le lunghe strutture dei brani, alcuni crescendo tipici del post-rock, il muro di suono e passaggi chitarristici arpeggiati di scuola shoegaze, la presenza originale e non secondaria del basso. ‘Sunbather’ viene eseguito praticamente nella sua interezza (l’album consta di 7 brani, ma 3 sono interludi). Clarke è una autentica belva, gli altri membri della band non risparmiano energie e offrono una prova mozzafiato a livello tecnico. Il pubblico viene travolto da uno tsunami sonoro che lascia senza respiro. Dopo la chiusura con la spettacolare ‘The Pecan Tree’, i californiani fanno ritorno per eseguire ‘Unrequited’, unico estratto dall’esordio ‘Roads To Judah’, disco che lasciava già presagire la grandeur di ‘Sunbather’. È l’apoteosi. Finisce così un concerto da cui usciamo tramortiti. I Deafheaven non sono solo hype e lo show del Traffic ce ne ha dato prova. Che l’unico futuro praticabile per il (black) metal passi davvero dalla contaminazione con altri generi?

Livio Ghilardi

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