Dead Skeletons @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Maggio/2013]

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“The sounds and the sentiment line up perpendicularly to each other, carving a space of cognitive dissonance that’s at once confusing, comforting and hair-raising”. Reykjavik 2008. Si concretizza e si compie l’idea di band. Nascono di fatto i Dead Skeletons. Quando cioè Jón Sæmundur Auðarson (aka Nonni Dead) collabora con Henrik Bjornsson (dei Singapore Sling) ad un brano che possa accompagnare un’installazione poi esposta nell’Art Museum della capitale islandese. Quel brano è ‘Dead Mantra’. Concepito molti anni prima dallo stesso Auðarson, nel momento in cui il destino gli mette sulla strada la verità, la sieropositività all’HIV, un orizzonte paonazzo che non lascia speranze. Per completare la registrazione viene chiamato Ryan Carlson van Kriedt che in quei giorni è impegnato con il tour europeo dei suoi Asteroid No. 4. Una storia degna di un film. Creatura d’arte e mistero, dipinta (nel vero senso della parola) sulla psichedelia californiana degli anni ’60 “morrisoniani”, innestata con reiterato pathos e ossessive allucinazioni, dentro un eccitante cosmo di evocazione kraut. Il filo rosso, sottile, apparentemente invisibile eppure tangibilissimo, lega questo magnifico collettivo ad Anton Newcombe, ai Brian Jonestown Massacre, una fitta corrispondenza collaborativa tradotta attivamente nella creazione di clip, “Dead TV”, diavolerie sotterranee e altro forse a noi sconosciuto. Dopo lo sciamanico disco di debutto ‘Dead Magick’ (pubblicato dalla A Records dello stesso Newcombe), poi bissato dall’EP ‘Buddha-Christ’ (fuori nel dicembre 2012), i Dead Skeletons stanno per ultimare il nuovo album. Per ingannare l’attesa il primo vero tour europeo continua a germogliare appuntamenti.

E non possiamo certamente mancare a quello romano, dopo averli volutamente “persi” al recente Primavera Sound Festival, proprio per far lievitare il gusto e l’attesa di questo evento. Il tavolo del merchandise piange miseria vinilica. La band è andata in esaurimento scorte. Campeggiano allora solo magliette e le opere di Nonni Dead che il diretto interessato vende sui 40-50€ (“dipende da quanto sei povero” dice divertito). A vederlo da lontano il leader degli islandesi somiglia vagamente ad un giovane Zodiac Mindwarp, ma è solo un’impressione greasy che ben presto svanisce, allorquando io e il fido Aguirre ce lo ritroviamo davanti così smagrito e consumato dal tempo e dalla “malattia”. Incontriamo altri amici e l’argomento principe è ovviamente “NON SI SENTONO LE VOCI”. Questa sera, però, non ci sarà bisogno di utilizzare il tormentone che ben presto verrà griffato su delle simpatiche magliette d’appartenenza. Ad aprire le danze ci pensano i Sonic Jesus. VU, Spacemen 3 come riferimenti dichiarati, The Black Angels e tutta la retropsichedelia “moderna” come riferimento manifestato sul palco. La band laziale ha debuttato qualche mese fa con un EP omonimo (via Fuzz Club Records) il cui artwork è stato personalmente curato proprio da Nonni Dead. Il muro sonoro eretto è davvero importante, ma i brani più riusciti (almeno un paio i “pezzoni” clamorosi) sono quelli quasi totalmente strumentali che non hanno bisogno dell’apporto della voce femminile, anello debole e sinceramente poco spiegabile all’interno di tale (riuscita) alchimia.

Alle undici quasi puntuali inizia il rito sciamanico. Piccolo schermo piazzato davanti al palco ai cui piedi viene posizionata la tela che di lì a poco Jón Sæmundur Auðarson provvederà a riempire della sua anima. Bacchette di incenso attaccate ai lati della TV e il sestetto può finalmente partire. Da subito i Dead Skeletons alzano l’asticella ad un livello superiore. Spettacolare lo start che li fa sembrare marziani di un pianeta ancora inesplorato (in fondo dalla terra dei ghiacci arrivano), cantato diviso tra Nonni e il chitarrista, quest’ultimo pare uscito dalle sequenze immortali di “Gioventù Bruciata”, mentre gli altri quattro compari danno un tocco di varia umanità estetica. Un mantra gigante. Un mantra che pian piano si consuma sospinto dall’evocativa voce di Auðarson, affascinantenostalgicoseducente ricordo “doorsiano”, del Jim Morrison trafitto per l’eternità dall’anima indiana: è da ‘Wild Child’ che parte il viaggio senza ritorno dei Dead Skeletons. “With hunger at her heels, freedom in her eyes, she dances on her knees…”. Sciamnesimo puro, tramandato e consolidato lungo un’ora di tecnica dell’estasi. Il contatto con la terra e con gli spiriti. Le lunghe ombre che avvolgono ancora Auðarson, aggrappato al microfono come se fosse la vita. La psichedelia pura. Come dovrebbe essere senza la “maniera” che ormai confonde e ricopre la gran parte delle formazioni etichettate come psych. In alcuni passaggi (finali) l’eco dei (Death)Cult a ridosso dell’era ‘Love’ si fanno più evidenti, del resto anche l’ex-magnifico Ian Astbury nasce artisticamente dopo un incontro fatale, dopo un big bang con Morrison e la seminale ‘The End’. Tutto (ri)torna. Il (dead)mantra si conclude con l’esorcismo del dolore e della morte. Un copricapo differente indossato dal frontman annuncia praticamente la fine del rito. I Dead Skeletons si congedano dopo oltre un’ora di potentissima dimostrazione di talento. Mistero e misticismo. Senza pose, senza glamour, senza niente. Un nuovo sinonimo alla voce psichedelia. Che bella l’Islanda.

Emanuele Tamagnini

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