The Dead Science @ Init [Roma, 22/Novembre/2008]

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Roma è intrappolata in una morsa di umido e freddo mentre, pochi minuti prima delle 22, Aguirre ed io ci avviamo verso il garage in cui è custodita la Nerdmobile che ci trasporterà all’Init. L’entusiasmo si spegne quando il distratto Aguirre, aperto il garage, si ricorderà di aver invece parcheggiato la macchina sotto casa. Ci riavviamo dunque, ripercorrendo a ritroso il cammino appena percorso. In macchina saranno le ipnotiche quanto coinvolgenti psichedelie degli Acid Mothers Temple a traghettarci verso la meta in via della Stazione Tuscolana.

Entriamo nel locale semideserto quando i Sea Dweller iniziano il loro set. Ne abbiamo ampiamente discusso su queste pagine, e non vorrei aggiungere molto. La loro mezz’ora scorre via piacevolmente, anche dopo averli visti numerosissime volte, riescono a confermarsi un buon gruppo con dei bei pezzi. Per dovere di cronaca segnalo la presenza di un nuovo batterista, che non fa rimpiangere la dipartita del bravissimo Carlos Valderrama. Dopo i Sea Dweller è la volta dei bolognesi Eveline. Un rapido ascolto ai brani presenti sul loro myspace mi aveva incuriosito, il concerto però ha deluso le mie aspettative. Il suono delle tastiere che ricorda quello di un clavicembalo, e la chiusura sul pezzo finale sono la cosa migliore di un concerto altrimenti un po’ sottotono.

Mancano pochi minuti alla mezzanotte quando sul palco si materializza il trio di Seattle noto ai più (o forse dovrei dire ai meno, a giudicare dalle poche presenze in sala) come Dead Science, stasera di tappa a Roma a supporto del loro ultimo (e primo lavoro su Constellation Records) ‘Villainaire’. Lo spettacolo al quale noi pochi fortunati abbiamo avuto la fortuna di assistere non verrà cancellato dalle nostre memorie in breve tempo. I tre infatti iniziano subito mettendo le cose in chiaro. Se su disco l’anima sperimentale è sì la forza principale della loro musica, dal vivo questa viene valorizzata da una presenza scenica impressionante (sezione ritmica indemoniata, Sam Mickens, voce e chitarra del gruppo, che svetta altissimo e estremamente calmo tra basso e batteria) e da una brutalizzazione dei brani che non possono assolutamente lasciare indifferenti. La violenza del batterista (mostruosamente bravo), le trame epilettiche di basso, creano un piacevolissimo contrasto con l’eleganza del cantato quasi sussurrato e degli arpeggi della chitarra. Ascoltandoli vengono in mente i gruppi/amici Xiu Xiu e Parenthetical Girls, ma qui si va oltre le sperimentazioni dei colleghi, spingendosi spesso e volentieri in territori jazz. Tra i momenti più belli della serata vanno certamente ricordati i brani eseguiti con l’accompagnamento ritmico del contrabbasso, tra cui la bellissima cover di ‘Sign Your Name’ vecchio successo di Terence Trent D’Arby. Dopo un’ora di concerto i tre ringraziano, salutano, e a noi non rimane che sperare di rivederli presto, molto presto.

Emanuele Avvisati

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