Dead Meadow @ Init [Roma, 7/Maggio/2010]

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Sulle scene da più di dieci anni, i Dead Meadow, formatisi alla fine degli anni ’90 (di Joe Lalli dei Fugazi la produzione del loro primo disco), sono tra i rappresentanti di quella scena che si rifà alle sonorità hard rock blues degli anni ’70, insieme a nomi quali Black Mountain o Black Keys. Rispetto a questi, nelle loro produzioni, è presente anche una componente più folk e psichedelica, che dà però a volte al suono un tono meno compatto e coinvolgente, almeno secondo chi scrive, nonostante le capacità tecniche e di scrittura del gruppo siano fuori discussione. Nell’andarli a vedere, spero che la dimensione live aggiunga quella robustezza e cattiveria che  ci si aspetta da un gruppo con tali riferimenti musicali.

A causa di una serata in cui tutto sembra remarmi contro, non arrivo in tempo per vedere i gruppi che suonano prima (Ossimoro e Black Rainbows, ndr). L’Init non è pieno come mi sarei aspettato, vista la discreta fama che ormai accompagna il trio di Washington. Il mio tasso alcolico ha nel frattempo abbondantemente superato il livello di guardia e mi faccio traghettare dalle rassicuranti (per così dire…) note di ‘Songs For The Deaf’ dei QOTSA fino all’inizio del concerto. Al suo ingresso sul palco, la band dimostra in effetti una verve maggiore di quella dimostrata sui dischi. Su una ritmica della batteria potente quanto varia nello scandire il tempo, chitarra e basso incastrano riff e pattern mai banali, conditi da abbondanti dosi di wah-wah ed effetti: hard rock per l’appunto, più nell’accezione zeppeliniana che in quella dei Sabbath. Il suono è potente, ma pulito al tempo stesso, a dimostrazione di un lavoro e un’esperienza accumulatesi in anni di lavoro. I tre musicisti dimostrano di possedere ottica tecnica, messa al servizio di composizioni, come detto, non incastonabili in clichet troppo predefiniti. Tutto a posto quindi? Non proprio… sapete quando manca quel qualcosa che non si riesce a capire cosa sia? Ecco, rimane un po’ quella sensazione come si stesse assistendo a un’esibizione in cui tutto è impeccabile, ma un’ingrediente è rimasto fuori. L’ingrediente in questione è forse l’emozione. Non nel senso che i tre appaiano svogliati o altro, ma sono pochi i pezzi in cui viene di chiudere gli occhi e abbandonarsi al suono, come sempre si desidera quando si va a vedere un concerto. Impressione ovviamente soggettiva, visto che applausi e incitamenti da parte del pubblico non mancano, ma il mantra hard-psichedelico dal quale speravo di essere avvolto in realtà mi sfiora solo. Chi li ha visti due anni fa al Sinister Noise mi dice che in effetti quella serata era stata più coinvolgente. Sia come sia, esco con la sensazione di aver visto un bel gruppo, ma che per emozionarmi dovrò aspettare il giorno dopo, quando i NoMeansNo suoneranno al Circolo degli Artisti.

Stefano Tonazzi

3 COMMENTS

  1. ah ah.. grande sicko ! In effetti mi mancava e sicuramente avrebbe dato l’impulso psichedelico..
    però non ho capito se a te sono piaciuti…

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