Dead Meadow @ Init [Roma, 1/Aprile/2015]

981

I prodromi del fatto che non sarebbe andato tutto liscio questa sera si sono materializzati sotto forma di pesciolone d’aprile tanto clamoroso quanto kitsch, del tipo: reunion degli 883 in formazione originale (quoque tu, Repetto) a Roma il 31 giugno. Notare la data. Prima di rendermi conto che il 31 giugno è esistito un tempo soltanto in qualche calendario sumero, gongolavo già all’idea di andarli a vedere per rispolverare un vergognoso ma orgoglioso passato musicale insieme a qualche altra vecchia guardia. Ma il vero e più inaspettato pesce d’aprile è arrivato la sera. Affluenza più che ricca all’Init per un’altra serata psych, di quelle che il locale in Via della Stazione Tuscolana ci ha già abbondantemente offerto (un festival per tutti, lo Stoned Hand Of Doom). Quest’oggi il metallometro è impostato meno su cadenze lente e massicce e più sul lato psichedelico e stoner del quadrante. La prima parola spetta ai Killer Boogie. Formazione al debutto, ma infarcita di vecchie conoscenze: la presenza di CD e vinili dei Black Rainbows sul banchetto è la classica prova schiacciante. Infatti, a chitarra e voce troviamo Gabriele Fiori del complesso stoner romano citato poc’anzi, mentre dietro le pelli c’è Luigi Costanzo, già (e ancora) all’azione con i Departure Ave. A completare il combo, Matteo Marini al basso. Se le esperienze pregresse del batterista non farebbero pensare a questo genere, la presenza di Fiori è in qualche modo un colpo sicuro. I Killer Boogie alleggeriscono la formula dei BR virandola più su soluzioni hard-rock e blues, con quel fuzz a farla sempre e comunque da padrone e a sturare le orecchie. Pedale dell’anno dovrebbero eleggerlo, vista la mole di gruppi che se ne serve ultimamente. Riff zeppeliniani come se piovesse, oltre a un’evidente passione per la chitarra hendrixiana, anch’essa debitamente rappresentata. E il tutto immerso in una salamoia stoner che, se non densa come in altre situazioni, è diventata un po’ il marchio di fabbrica delle band di Fiori. Insomma, i Killer Boogie non rimettono certo le lancette all’orologio: non offrono nulla di nuovo ma tanto di buono, e per uno zoccolo duro di fan non è poco. Una perla per gli appassionati del genere.

E veniamo ora ai Dead Meadow. Dal 2000 in poi i washingtoniani si sono, disco dopo disco, guadagnati un seguito e una fama invidiabili per una scena ormai satura di cloni com’è quella psych-stoner. Prodotto prima dalla Tolotta di Joe Lally e poi dalla più nota Matador, il trio ha messo da parte un tesoretto di nove album, live prodotto da Anton Newcombe incluso. L’album ‘Feathers’, in particolare, si impone come una delle vette artistiche raggiunte dagli americani, che sono riusciti nella non facile impresa di suonare un genere a forte rischio cliché ed essere distintivi. Ma si sa, un capitale di fiducia richiede anni per essere accumulato e un attimo per essere dilapidato. Senza ricorrere alla lapidazione, posso dire che stasera l’esibizione è stata noiosa per i tre quarti, con qualche sussulto che non li mette al riparo dalla mancata sufficienza. ‘The Whirlings’ ad aprire le danze e già noto qualcosa che al mio orecchio suona storto o quantomeno fuori fuoco. Intanto, la voce di Jason Simon che, per carità, non pretende certo di essere riconosciuta come ugola d’oro e nessuno se lo aspetta ma, cristo, prendere un minimo la tonalità, ogni tanto, gioverebbe al risultato finale. E invece, nonostante la voce uscisse filtratissima dal microfono (espediente che, al di là della resa sonora, è utilissimo per nascondere anche eventuali pecche), per larghi tratti il risultato è stato un mugolio, una litania lamentosa. L’obiettivo dovrebbe essere uno strumento tra gli strumenti, e invece ci siamo ritrovati una geremiade inconsolabile. L’impasto sonoro forse peccava di un’enfasi eccessiva sui bassi: in particolare, il quattro corde di Steve Kille aveva livelli di compressione elevatissimi che creavano un senso di ovattamento che andava a discapito dell’amalgama generale. A visualizzarlo su un sequencer, sarebbe apparso come un ariete medievale anziché un’onda più o meno armoniosa. Ben venga la compressione, punto fermo di questo genere, ma qui l’effetto era francamente esagerato. Uno dei momenti migliori ha coinciso sicuramente con l’esecuzione di ‘Eyeless Gaze All Eye/Don’t Tell The Riverman’, brano che brilla di luce propria e che, nella versione estesa e lisergica di stasera, è stato il colpo di reni. Ma è stato anche il goal della bandiera. Il live si è concluso con ‘At Her Open Door’, ‘Rains In The Desert’ e ‘Sleepy Silver Door’, più le due encore finali, ma non un guizzo, una scialuppa di salvataggio cui aggrapparsi. All’uscita, i pensieri e i timpani sono annebbiati come la vista davanti al fumo che velava i tre musicisti. Pregevoli in studio ma deludenti dal vivo, almeno in questa occasione. Nel pubblico ho visto di tutto, sia gente andata via prima della fine, sia persone esaltate. Siamo nel soggettivo, quindi spero che ci sia chi si è divertito. Ma spiacente, per me è pollice verso. 3 su 5 grazie solo ai Killer Boogie.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore