Dead Kennedys @ Black Out [Roma, 27/Febbraio/2003]

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Ai muscolari Strenght Approach, gruppo hardcore romano, il compito di aprire la serata. Non si fanno vedere invece i Raw Power (storica band hc di Reggio Emilia, nonché una delle poche ad ottenere riconoscimenti in America), la cui presenza, annunciata nel flyer, era invece opportuna, in quanto “coetanei” dei DK e, come loro, punk della prima ora. I romani, comunque, riescono a scaldare adeguatamente gli animi di una folla variegata, composta perlopiù da simpatizzanti, strani d’ogni forma e colore, vecchi punkettoni, premature giovani leve appena pervenute alle soglie della scolarizzazione, appetibili studentesse dell’università americana, e persino qualche cresta. L’impatto è buono e la fisicità intensa scatena da subito i primi focolai di pogo.

Il forno è ben caldo quando i Dead Kennedys fanno ingresso sul palco. D.H. Peligro, il batterista nero, appare enorme ed impressionantemente energico; pesta i tamburi con velocità violenza e persistenza invidiabili (nel 1988 è stato il batterista dei Red Hot Chili Peppers, sapete?). Anche East Bay Ray sembra passarsela bene e di tutti appare quello più eccentrico; in camicia aperta, se ne sta buono buono e ha l’aria neurotica di un impallinato del vintage-sound e feticista delle chitarre. In effetti, il suo suono è poco meno che perfetto: splendente di armoniche, infiammante, tagliente, si affida non tanto alla distorsione, quanto piuttosto ad un pickup urlante, quattro valvole, ed un pelo di delay. Brandon Cruz, il cantante (ex Doctor Know) che sostituisce il vuoto lasciato da Jello Biafra, mi fa pensare ad un Richard Gere di periferia, tatuato e appena uscito di prigione. Canuto, ma palestrato, sfoggia un fisico tonico ed è un ottimo frontman. Klaus Flouride, al contrario, è quello più invecchiato: pochi capelli e pancia debordante, sornione percuote il suo basso. A guardarli, insomma, sembrano stagionati, ma belli tosti. Chiudendo gli occhi e ascoltando solamente, si può immaginare di trovarsi davanti ad un gruppo di ventenni, tanto sono cattivi e infuocati. In pochi minuti, il coinvolgimento del pubblico è massimo. Pogo da sotto il palco fino al centro del locale, jumping diffuso, stage-diving, crowd surfing, una gran baraonda pulsante che contrae e riespande. Il filo del microfono viene afferrato da mani brancolanti, e tirato con forza; Brandon, tirando a sua volta per tenerlo in mano, se lo dà violentemente sui denti quando il cavo si spezza come una lenza troppo tesa. Si massaggia il viso contratto in una smorfia di dolore, ma riprende a cantare senza accusare il colpo: si vede che sono abituati a questo genere di tumultuosi tributi d’affetto da parte dei fans. La tensione sale ancora con ‘Too Drunk To Fuck’, introdotta da una breve “poesia”, e fino a ‘California Über Alles’ (primo singolo della band, datato 1979) in cui esplode. Tutti cantano, saltano, si agitano come possono. Le mani brancolanti afferrano la chitarra di East Bay Ray, che viene sfilata e tirata violentemente fino a sparire, inghiottita dalla folla. La musica si ferma, il chitarrista indica alla security la presunta posizione dello strumento, Brandon sibila qualcosa che non capisco, e la band sparisce nel camerino. Gelo. Fischi, e un coro di “scemo scemo” all’insegna del colpevole. Dopo cinque minuti, tutto torna alla normalità, quando East Bay Ray ricompare con un’altra chitarra, e il concerto riprende. Ora Brandon ha indossa una maglietta con la scritta “pace-no war” (fa uno strano effetto in un concerto punk dove, nell’immaginario collettivo, tutto dovrebbe essere “destroy questo”, “destroy quello”…) e lancia parole come pietre contro J.W. Bush. Un altro momento caldo è stato il saluto della band ai tre grandi nomi del punk scomparsi durante lo scorso anno: Joey e Dee Dee Ramone, e Joe Strummer. Tra i bis, si fa notare una cover stracciata di ‘Viva Las Vegas’. A conti fatti, un concerto di grandissima fisicità. Era da tempo che non uscivo da un locale così sudato, stanco e stropicciato.

Alessandro Bonanni

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