David Sylvian @ Auditorium della Conciliazione [Roma, 27/Settembre/2007]

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L’incipit jazzato, con qualche increspatura elettronica carpita dal buio, avvolge un pubblico animato, appassionato, o solo casuale. Numerosissimi ad accogliere David Sylvian nella sala enorme, accaldata ma non così fedelmente centrata sul suono e sulle sue sfumature. L’ex leader dei Japan subentra dopo almeno un minuto intensissimo di intrecci corposi e vibranti tra fiati, piano di cristallo, bassi e batteria incisiva e rasoterra insieme (alla quale troviamo il fratello Steve Jansen). Mentre l’insieme di musicisti lo annuncia, la sua voce si prepara a esordire sorprendente e fluida. Nel giardino transgenico e naturalissimo di sintetizzatori e immagini domina un timbro algido e profondo, una corrente oscura che rapprende l’attenzione più mite o volatile. Volatile è anche la stessa voce di David Sylvian, incredibilmente identica a sé stessa eppure sfumata e insieme accresciuta, lunare e attrattiva senza sforzo, con un’energia quasi autoemanata. Mentre si susseguono le immagini videoartistiche nipponiche e “Wonderful World” termina potentemente, si ha l’impressione che le astrazioni di “Blemish” confluiscano in un’oasi variegata di suoni più fisici. Qui dominano i colori incandescenti e le alcove teporose sviluppate nel più recente progetto “Nine Horses” ma anche perle pop dall’album dell’87 “Secrets Of The Beehive” e da altre tappe fondamentali della sua carriera solista degli anni ’80 e ’90. Persino Transit, incontro con l’effettistica e l’epica del rumore, del suono al confine tra terreno e etere di Christian Fennesz in cui Sylvian prestava un languente inserto della sua voce, è trasformato: dall’attenzione alle pause, alla deformazione del timbro e dalle note isolanti e isolate si passa ad una dimensione intima, lievemente chitarristica, come se l’artista inglese volesse riabbracciare la propria carriera senza ricorrere ai mezzi spiazzanti della sintesi elettronica. Tutto è pervaso da una dolce urgenza di compattezza, in cui emerge qualche tremore sperimentale che rende la materia del concerto sempre splendidamente instabile. Qualche passaggio meno ispirato si riscatta grazie alla presenza vocale ultraterrena e alle versioni dominanti, nuove, “normalizzate” di brani come “A Fire In The Forest”, incastonata in un testo di pura “natura” dal già citato “Blemish”, forse il punto più alto, seppure meno tipico, del percorso solista. Gli orientalisti esplodono e fioriscono in accenni di installazioni e la forma canzone, recuperata, barcolla ancora restituendo alla parola “classico” la levità di un’illusione

Chiara Federico

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